In pellegrinaggio

Elias Amidon e "Rabia" Elizabeth Roberts

1° maggio 2003
Quattro anni fa vendemmo la nostra casa e partimmo per un pellegrinaggio senza una meta definita per approfondire il lavoro che avevamo portato avanti per includere più servizio diretto e impegno con i temi sociali ed ambientali che affliggono oggi il mondo. Il nostro pellegrinaggio prendeva le mosse da dieci anni di insegnamento universitario e trent'anni di lavoro per la pace e la giustizia negli USA e in giro per il mondo.
Sin dal momento che iniziammo questi viaggi abbiamo scritto email ai nostri figli mentre crescevano, rimanendo in contatto con loro e descrivendo le nostre esperienze. Dopo poco tempo abbiamo iniziato a inviare queste mail anche a nostri amici e la lista crebbe. I nostri amici ci chiesero di poter inviare le medesime lettere ad altre persone con cui erano in contatto. Questo è modo in cui è nato "LETTERE DALLA STRADA" e al momento in cui facemmo ritorno dall'Iraq c'erano oltre 750 nominativi sulla lista.
Molti di voi, entrati a far parte di questa lista, non avete veramente idea di chi siamo o del contesto in cui si è sviluppato il nostro viaggio. Per coloro che ne sono interessati l'intenzione di questa lettera è di offrire una breve introduzione su di noi e, se desiderate saperne di più, indirizzarvi ad un nuovo sito Internet della nostra organizzazione non profit, il Boulder Institute per la Natura e lo Spirito: www.boulderinstitute.org.
Durante gli ultimi quattro anni, il nostro pellegrinaggio ha portato la dirigenza del Global Nonviolent Peaceforce e, ovviamente, l'Iraq Peace Team a lavorare, ad esempio, con le popolazioni indigene del nord Burma, con i monaci buddhisti e ambientalisti in Thailandia, col Presidente dell'Indonesia, con gli ordini Sufi in Marocco, Siria ed Europa. Abbiamo vissuto la maggior parte di questi anni fuori dagli Stati Uniti, soggiornando in accampamenti, villaggi indigeni, piccoli hotel e pensioni, oppure a casa di amici quando tornavamo negli States o in Europa. Supportiamo il nostro lavoro con donazioni da piccole fondazioni e da donatori individuali che credono in ciò che stiamo cercando di fare.
Scegliamo le nostre destinazioni nel momento in cui sentiamo che si tratta di un giusto punto di incontro tra quella che è la nostra "spinta" interiore e le richieste che riceviamo da diverse parti del mondo. Inoltre, tendiamo a tornare in un'area per alcuni anni, creando relazioni e prestando attenzione alla piega che le condizioni locali fanno prendere agli eventi. A volte ci presentiamo come insegnanti, talvolta come attivisti, talvolta come testimoni delle situazioni di conflitto ed ingiustizia e, sempre, come amici. La nostra presenza tende ad essere un catalizzatore di positività e di soluzioni inaspettate.
Abbiamo soprannominanto questo continuo viaggiare "pellegrinaggio" perché rappresenta una parte profonda del nostro risveglio spirituale così come un cammino incentrato sull'essere al servizio degli altri. Forse entrambi questi aspetti sono in realtà uno soltanto. Essere sulla strada senza una casa ci libera da innumerevoli attaccamenti e abitudini e ci avvicina alle persone in modi che non avremmo mai potuto nemmeno immaginare. Abbiamo imparato come siamo parte di una vasta alleanza di persone che lavorano per un cambiamento. Infatti, la stessa esistenza di questa lista di indirizzi email ed il fatto che state leggendo questa lettera è per noi la testimonianza di questa alleanza. Farne parte per noi è come essere a casa.
Occasionalmente alcuni amici ci chiedono di unirsi a noi in questo viaggio, per imparare il modo in cui portiamo avanti questo tipo di servizio e come ci adattiamo a questo stile di vita nomade. Per coniugare il nostro pellegrinaggio possibile a questo tipo di richieste, abbiamo organizzato una serie di opportunità in cui le persone possono unirsi a noi lungo la strada. Queste opportunità si possono trovare sul sito www.boulderinstitute.org.
Un ultimo punto potrebbe essere interessante: come molti di voi siamo rimasti contrariati di fronte ai venti di guerra che l'amministrazione americana sta facendo soffiare verso la Siria. Siamo stati più volte in quel paese durante il nostro pellegrinaggio e ci siamo resi conto che la mancanza di un vero rapporto basato sulla comprensione tra gli Arabi musulmani e l'occidente aumenta le occasioni di sofferenza e di conflitto. Nello sforzo di superare questa mancanza di comunicazione e comprensione abbiamo iniziato un programma di pellegrinaggi interreligiosi di pace in Siria. Il primo appuntamento ha avuto luogo nel maggio 2002 altri due sono programmati per l'autunno del 2003 ed altri nel 2004. I dettagli possono essere reperiti sul sito Internet.
Il vostro impegno verso la pace e la giustizia sono parte integrale del processo di auto-guarigione del mondo. Speriamo che queste "Lettere dalla strada" possano servire come piccolo aiuto alla medicina rappresentata dal particolare contributo di ciascuno di voi.


LETTERE DALLA STRADA

Baghdad,
11 febbraio 2003

"Rabia" Elizabeth Roberts

La nera notte dell'anima

"Ma noi come sentinelle, siamo obbligati a vigilare
nella notte senza stelle e attendere l'ora stabilita."

John Dryden

Negli ultimi giorni Elias è stato assai impegnato a creare striscioni, a montare tende e a organizzare una serie di azioni che nella prossima settimana verrano intraprese dall'Iraq Peace Team. Rispetto alla sua energia io sono invece paralizzata da una profonda paura. Sento l'ombra della guerra incombere sulle mie spalle. E al momento quel buio mi imprigiona tra le sue spire. Non mi interessa conoscere nuove persone o fare nuove esperienze. Mi chiedo, che senso ha? Per questo luogo la storia è finita! Quando discuto con vecchi amici, conosciuti a novembre e dicembre qui a Baghdad in occasione di una delle nostre visite precedenti, piangiamo insieme. Il futuro avanza e milioni devono vigilare in silenzio durante la notte che si avvicina.
Quegli iracheni che se lo possono permettere hanno già lasciato Baghdad. I funzionari delle Nazioni Unite si prendono le vacanze e i gruppi umanitari sono rispediti a casa. Gli uomini di affari hanno fatto traslocare le proprie famiglie. Gli stranieri fanno ritorno in patria. I giornalisti ispezionano gli hotel per verificarne la solidità delle strutture. La popolazione cerca di vendere la propria macchina, i propri averi e tutto ciò che possa aiutarli a lasciare la città.
Ma la stragrande maggioranza non ha nessun posto dove andare. Cinque milioni tra uomini, donne e bambini sono costretti a rimanere qui e a sopportare la pioggia di bombe, la mancanza di elettricità, la carenza di acqua potabile, di cibo e di medicine. Le scuole e gli ospedali verranno chiusi, così come i negozi e le aziende. Nessuno sa dove e quando le bombe fatte di uranio impoverito o le altre armi chimiche, nucleari o biologiche verranno impiegate. Si dice che verrà promulgata la legge marziale.
Hassan è un elettricista disoccupato e mi racconta che lui e sua moglie hanno immagazzinato del cibo ma temono che se la guerra dovesse durare a lungo, potrebbero venire derubati e saccheggiati dai ladri. È un uomo mite che cerca di non parlare di guerra quando sono presenti i suoi quattro bambini "ma ne sentono parlare a scuola e dagli amici. Ieri, Alla (suo figlio di nove anni) ha chiesto se moriremo. Questa è la loro vera grande paura, non quella di morire ma di perdere il papà e la mamma".
Perché? Perché? Perché? Questa è la sola domanda che mi chiede ogni persona con la quale mi fermo a parlare. "Causerete così tanta distruzione soltanto per il petrolio? Gli Americani riescono a immaginare la catastrofe che sta per accadere? Tra gli Arabi e gli Americani nulla sarà più possibile - non prima che siano trascorsi cento anni". Io posso solo essere testimonianza di questo dolore, non ho risposte.
Ogni giorno in hotel, divisi in piccoli gruppi, gli appartenenti al Peace Team discutono di quanti giorni manchino allo scoppio della guerra. Quanti giorni ci separano dall'invasione? Quando sarebbe meglio partire? Quelli che scelgono di fermarsi per tutta la durata della guerra, saranno al sicuro? Cosa possiamo fare per evitare il disastro che incombe? Non c'è nulla che possa fermarlo? Il concilio di sicurezza dell ONU? La Francia e la Germania? Il popolo americano? L'Arabia Saudita? La maggior parte di noi ha accantonato la speranza di una tregua all'ultimo minuto. Bush farà la sua guerra. E noi ci tratterremo per solidarietà con il popolo iracheno quanto più a lungo ognuno di noi potrà fare.
Khaled, un nostro amico yemenita che sta seguendo un corso di specializzazione, dopo avermi osservato mi dice che ho la "malattia della paura". Dice che ne vede parecchia in giro e che dovrei partire. È vero, ho un po' di febbre, non ho appetito, dormo molto e provo grande disperazione. Oggi sotto la mia porta hanno fatto passare un memo contenente quattordici domande. La prima è "In caso di morte, dai la tua approvazione affinché il tuo corpo non sia restituito al tuo paese di appartenenza ma che venga trattato nella maniera più consona?". Con questo tipo di decisioni come è possibile non soffrire per la "malattia della paura"?
Elias e io abbiamo scelto una data di partenza che riteniamo sicura, ma che naturalmente potrebbe non esserlo del tutto. Tuttavia, il fatto stesso che noi si possa partire, non fa che aumentare la mia tristezza per coloro che lasciamo qui. Forse fermarsi per tutta la durata della guerra con il popolo iracheno sarebbe più facile per l'anima. Ma non per il corpo, alcuni infatti dicono che la percentuali di sopravvivenza dei contingenti di pace americani si aggira intorno al 30%. Io semplicemente non mi sento pronta (ancora) ad affrontare la fine della mia vita o a rispondere alla seconda domanda: "Hai scritto una lettera che, in caso di morte, possa essere spedita ai tuoi cari?".
Mentre mi interrogo su come evitare la morte, la vita tutt'attorno a me continua. I ragazzini lustrascarpe giocano ancora davanti al nostro hotel, sperando di ricevere qualche moneta. Amal, un amico che ha una galleria d'arte, apre ogni mattina il negozio, ci offre il the, piange silenziosamente e poi mi fa vedere i nuovi tessuti del Kurdistan. Kamel, l'aiutante dell'Imam della moschea vicina, viene ancora a lavorare ogni giorno, alto e dignitoso, e ci offre del caffé mentre ci insegna alcune parole di arabo. La notte scorsa sette cortei nuziali, tutti decorati e accompagnati da musiche, sono passati per la nostra strada: sette! All'Hotel Palestina, situato qui di fronte, hanno cominciato ad attaccare del nastro adesivo sulle grandi vetrate per impedire che vadano in frantumi quando cominceranno i bombardamenti. E sul prato che si trova proprio al di sotto di queste finestre ci sono ancora due iracheni che si prendono cura delle piante e dell'aiuola dell'Hotel. Prepararsi a morire, prendersi cura della vita. La verità di questa lezione mi spezza il cuore. Un piccolo germoglio verde fa capolino tra le rovine. Sicuramente il minimo che devo a queste belle persone è l'energia del mio sorriso. Che diritto ho di disperare quando dappertutto la vita continua? Prego che con l'aiuto della grazia questa "malattia della paura" passerà. Insh'allah!

Amman,
20 febbraio 2003

Elias Amidon

Shock e sgomento

La settimana scorsa Fais, un amico iracheno, mi ha raccontato che un tempo portava il figlio a pescare."Mi piaceva stare seduto là senza fare nulla, mi piaceva osservare il fiume scorerrere. Adesso però non ci andiamo più. Oggi come oggi, nessuno si rilassa più. Siamo solo in nervosa attesa di questa guerra ormai in procinto di scoppiare".
Ieri mattina Fais e io ci siamo salutati. Quando ci siamo abbracciati mi ha detto: "Quando tornerai in Iraq, se Dio vorrà non si parlerà più di guerra e allora forse potremmo andare a pescare insieme".
Senza pronunciare parola, coltivammo entrambi per un istante l'immagine di noi due pigramente seduti sulle sponde del Tigri intenti a pescare, non troppo preoccupati di prendere alcunché, osservando i pesci saltare e gli aironi che scrutano le acque poco profonde in cerca di pesciolini.
Ma quando rilasciammo l'abbraccio, l'immagine sparì e al suo posto ricomparve la consueta ansia da guerra. "Fais", gli dissi, "abbi cura di te. Se scoppia la guerra stai a casa, non uscire, rimani con la tua famiglia".
"Sì, sì, lo so", mi rispose. Era del tutto inutile che gli facessi tali raccomandazioni. Mi aveva raccontato lo stesso scenario del programma bellico americano di cui avevo letto pochi giorni prima, quello chiamato "Shock e sgomento".
Funziona così: secondo il Pentagono la guerra avrà inizio con "il più intenso bombardamento aereo che la storia ricordi", e nelle prime 48 ore gli Stati Uniti sganceranno un numero di bombe e di missili guidati maggiore rispetto a quante non ne furono usate in tutta la Guerra del Golfo: 3000 bombe intelligenti e 800 missili. Buona parte di queste saranno diretti contro obiettivi militari a Baghdad. Il terzo, il quarto e il quinto giorno dell'attacco vedranno la potenza di fuoco di ottocento jet americani scatenarsi con mille e cinquecento missioni al giorno, ventiquattro ore al giorno. Dopodiché la 101esima e l'82esima Divisione Airborne attaccheranno sotto la protezione di centinaia di elicotteri Black Hawk e Apache. Il giorno successivo saranno raggiunti da migliaia di carri armati statunitensi e britannici, rispettivamente gli Abrams e i Challenger, che avanzeranno dal sud e dal nord in compagnia della Terza e della Quarta Divisione di fanteria, delle truppe britanniche e dei marines. Il piano è quello di schiacciare e demoralizzare gli Iracheni con l'enormità dell'attacco e di essere in grado di occupare Baghdad velocemente con il minor numero di combattimenti.
Saddam Hussein è ovviamente al corrente di tutto ciò e sa anche che la natura del suo paese non gli garantisce una copertura adatta per prolungati scontri di guerriglia contro l'esercito degli Stati Uniti, copertura simile a quella che le giungle del Vietnam assicurarono ai Viet cong. Con l'eccezione però degli edifici urbani. Il Pentagono dice che sarebbe immorale se Hussain adoperasse le aree civili come scudo per l'esercito iracheno. Potrebbe anche essere immorale, ma Saddam ha poca altra scelta. E i cittadini iracheni se lo aspettano. Conversando con gli Iracheni questi ultimi mi hanno detto di pensare che numerosi contadini si uniranno all'esercito regolare per resistere all'invasione sia in aree urbane che rurali. Sono armati e ci hanno detto numerose volte: "Anche gli Iracheni cui non piace questo governo opporranno resistenza all'invasione. Siamo un popolo orgoglioso e non vogliamo essere occupati da nessuna potenza straniera. Voi Americani fareste lo stesso se qualcuno vi invadesse".
Non c'è modo di sapere se gli Iracheni si trincereranno per una resistenza a lungo termine dopo le settimane iniziali di Shock e sgomento. Ma è una possibilità concreta. Baghdad potrebbe trasformarsi in una nuova Gaza. Edifici fatiscenti, senza acqua potabile, senza sanità, bambini senza tetto e nervosi soldati che pattugliano quartieri bombardati.
La possibilità che questo potrebbe accadere ci tormenta tutti: Fais, me, gli Iracheni, i generali che hanno progettato il piano di guerra americano, i soldati di entrambi gli schieramenti, i portatori di pace che marciano in centinaia di paesi. Nessuno di noi vuole che ciò accada. E siccome tutti condividiamo questo rifiuto per la guerra, c'è speranza.
Nelle quattordi lettere che abbiamo finora spedito dall'Iraq, abbiamo condiviso molte storie e immagini di gente comune.Questo è stato il nostro proposito principale: aiutare a ricordare, sia a noi che a tutti coloro che desiderano ascoltare, i costi umani di questa guerra imminente.
Milan Kundera ha scritto: "La lotta dell'uomo contro il potere è la lotta della memoria contro la dimenticanza". Le storie di queste lettere sono solo una piccola parte di quella vasta rete di conversazioni che avvengono nel mondo con lo scopo di aiutarci a ricordare. Cercare di conservare memoria di ciò che ci interessa, e un modo per proteggerlo e nutrirlo. I centri di potere cumulativo della nostra epoca, economici, militari e politici, sono sostentati dalla nostra amnesia colletiva. Unirsi a questa lotta contro la dimenticanza è il motivo che ci ha spinti ad andare in Iraq ed è la ragione che vi ha spinto a leggere tutto questo.
A novembre, prima di partire ho scritto una dichiarazione in cui spiegavo perché andavamo in Iraq, sono alcune righe con le quali vorrei chiudere questa serie di lettere. Stiamo andando in Iraq, scrissi allora, per fare appello "a quel qualcosa dentro di noi, dentro di me e dentro tutti noi, quel luogo dove trasaliamo di fronte alla realizzazione della nostra origine comune, del nostro spirito, dei nostri desideri e della nostra destinazione. Se potessimo veramente toccare quel luogo, io allora credo che le spade ci cadrebbero dalle mani".
Possa lo shock e lo sgomento di questa realizzazione guidarci!

19 marzo 2003

"Rabia" Elizabeth Roberts

Creare una cultura nonviolenta

"Dopo il no finale arriva un sì e da quel sì dipende il futuro del mondo."
Wallace Stevens

Io ed Elia siamo ritornati negli Stati Uniti dall'Iraq in tempo per poter partecipare al primo incontro di cinque giorni dell'International Governing Council del Nonviolent Peaceforce. Il mio lavoro col Peaceforce è il mio "sì" al futuro. Porto il suo messaggio di promessa e di fede, insieme al "no" delle mie proteste anti-guerra e anti-imperialismo.
Il fatto che la guerra sia scoppiata in Iraq non fermerà il mio lavoro anti-guerra. Ma mi dà ancor più determinazione a procedere verso una visione positiva per il futuro del mio paese e del mio pianeta.
Da molto tempo sappiamo che non basta essere contro qualcosa: l'abbiamo imparato uscendo dall'adolescenza e crescendo i nostri figli attraverso la loro adolescenza. "No" ci definisce solo in contrapposizione all'altro; "sì" abbraccia l'interezza della nostra identità e realtà interrelate.
Il Nonviolent Peaceforce (www.nonviolentpeaceforce.org) rappresenta la visione di decine di migliaia di cittadini e di centinaia di organizzazioni provenienti da ogni parte del mondo che collaborano per istituire corpi di pace stabili e composti da civili disposti ad applicare, in zone di conflitto violento, le tecniche di "third party nonviolent intervention"(1), ovvero tecniche di intervento nonviolento implementate da soggetti e/o organizzazioni non coinvolti nel conflitto.
Nel 1999, alla conferenza dell'Hague Appeal for Peace, dove si incontrarono più di 9000 persone da più di cento nazioni per creare strategie che rendessero obsoleta la guerra, nacque il Nonviolent Peaceforce per aiutare a realizzare questa visione. A New Delhi, in India, nel dicembre del 2002, si incontrarono 110 delegati di 47 nazioni per selezionare il primo International Governing Council del Peaceforce (con due rappresentanti per ognuno degli otto paesi del mondo, più due rappresentanti dei giovani). Abbiamo anche votato decisioni sulla linea politica e abbiamo identificato le prime aree di conflitto in cui inviare nel corso dell'anno successivo i corpi di pace.
Non si tratta di un sogno futile. È una delle visioni dell'attuale più pratiche che io conosca. Se in Iraq ci fosse stato un esercito internazionale di pace organizzato e addestrato di alcune centinaia di persone, si sarebbe potuta impedire la guerra.
In questo momento, il Peaceforce si prepara a inviare le sue prime squadre di pace a Sri Lanka (dove in passato cinque cessate il fuoco sono falliti per il ricorrere della violenza; si sta ancora una volta ricreando la violenza tra Tamil e Cingalesi). Inoltre, il Peaceforce collabora con le organizzazioni in IsraelePalestina e in Corea per lo sviluppo di progetti per inviare nel prossimo futuro corpi di pace in quelle zone.
I membri del corpo di pace ricevono un ampio addestramento e si impegnano a un minimo di due anni di servizio remunerato. Da tutto il mondo vengono create e sostenute delle riserve per rimpiazzare o integrare i membri del corpo attivo in determinate circostanze.
Il Peaceforce si reca in un paese solo su invito di organizzazioni locali di pace o umanitarie. Ha già ricevuto 19 richieste formali da diversi paesi, più di quello a cui per ora possa rispondere come finanze e disponibilità di personale.
Arrivato in un paese il Peaceforce usa tecniche collaudate di intervento di parti "terze" non coinvolte nel conflitto (1), per esempio i lavoratori della pace accompagnano i leader e i negoziatori attaccabili nelle aree di conflitto; creano una presenza internazionale nelle città minacciate e nelle zone di confine perché i combattenti sappiano che attacchi e massacri richiamano l'attenzione internazionale (questo è molto simile al lavoro che io ed Elia abbiamo fatto in Nicaragua col gruppo Witness for Peace, Testimone di Pace). I gruppi del Peaceforce inoltre sorvegliano le situazioni di conflitto attraverso i resoconti di testimoni oculari e li fanno pervenire alle organizzazioni pertinenti, rappresentanze governative e i media. I corpi di pace possono anche porsi tra gruppi in opposizione per cercare di impedire la continuazione della violenza. Questo è quanto faceva la giovane Rachel Carrie a Gaza quando fu investita da un bulldozer.
Il Peaceforce si impegna nell'intervento non "di parte" (1), nel non prendere posizione nei conflitti, ma a fare invece appello a entrambe le parti perché usino altri mezzi anziché la violenza per risolvere il loro conflitto. C'è molta discussione nel gruppo di lavoro IsraelePalestina su come i membri del Peaceforce possano intervenire con tutte e due le parti; per esempio, mettendosi tra l'esercito di difesa israeliano e i civili palestinesi e nello stesso tempo viaggiando su autobus in Israele che sono spesso bersaglio di attacchi da parte di attentatori suicidi.
Il Peaceforce è un passo importante verso la limitazione della violenza globale. C'è così tanto lavoro che si può fare. Dobbiamo andare oltre i discorsi per scegliere quello per cui ci piace e ci preme lavorare.
Tutti i movimenti per la pace, per la giustizia sociale e per la salvaguardia dell'ambiente sono ora considerati come realtà intrecciate quali sono e continueranno a diventare. Tutti i nostri sforzi in questi movimenti assicureranno ai cittadini e ai bambini iracheni e ai soldati americani e iracheni di non morire invano. Se devono perire, che il loro sacrificio ci fornisca la motivazione per continuare a lavorare perché tali guerre non accadano più.
Non possiamo impedire i conflitti, ma possiamo impedire la violenza e lo faremo.

NOTA
1) Per cercare di chiarire questi concetti citiamo un articolo da noi precedentemente pubblicato:
"L'imparzialità e la non ingerenza sono fra i temi con i quali dobbiamo confrontarci più spesso, visto che, per la loro particolarità, possono prestarsi a possibili fraintendimenti. Un'attitudine imparziale è indispensabile per un intervento che voglia essere di mediazione. Ciò implica: trattare con tutte le parti in causa con mente aperta, disponibile; riportare i fatti nel modo più obiettivo possibile; evitare di esprimere giudizi; chiarire il proprio ruolo a tutte le parti; manifestare ai responsabili della violazione di diritti umani la preoccupazione propria e stimolare quella dell'opinione pubblica.
Possiamo distinguere un livello di principio da uno strategico.
Sotto il primo aspetto, l'imparzialità significa: scelta consapevole di apertura a tutti, disponibilità a comunicare con tutte le parti; atteggiamento critico nei confronti del comportamento nostro e di chi appartiene alla nostra parte (in genere è più facile esercitarlo nei confronti della parte avversa!).
Per affrontare il livello strategico, bisogna forse prima sgombrare il campo da equivoci che spesso fanno confondere l'imparzialità con la neutralità. Un atteggiamento imparziale è invece profondamente non neutrale. Si può piuttosto collegare l'imparzialità alle parti in causa e la non neutralità alle loro azioni. Saremo cioè imparziali nei confronti di tutte le parti coinvolte nel conflitto, ma non neutrali nei confronti delle loro attività/azioni. Non siamo contro o a favore di una delle parti, ma contro o a favore del suo modo di agire: siamo contro le azioni violente e a favore delle azioni nonviolente di qualsiasi parte in conflitto. Come nonviolenti, crediamo che ogni posizione contenga parti di verità. Crediamo inoltre che chi opprime sia vittima del suo stesso sistema di oppressione. Possiamo dimostrare agli oppressori la nostra imparzialità e la nostra non neutralità mostrando che questa differenza (tra persona e azione/sistema) esiste. Possiamo farlo, non solo a parole, ma con il nostro atteggiamento, con un piano di azione coerente.
Quando la nostra strategia è imparziale, nei confronti delle parti in conflitto, e non neutrale, nei confronti della loro attività , siamo nonviolenti nei confronti di tutti, in modo equanime, abbiamo creato una base per la nostra tattica in situazioni diverse."
da Buone Notizie, 2/1997, pagg. 20/21

11 aprile 2003

Elias Amidon e "Rabia" Elizabeth Roberts

Un gesto

I sentimenti generati in noi da questa guerra non sono facili da reggere. Per mesi, molti di noi hanno lavorato per impedire che scoppiasse la guerra, sentendo una grande determinazione comune e una ritrovata solidarietà, e nello stesso tempo provando il terrore dell'imminente violenza e ansia per gli odi a lungo termine che essa nutrirà. E tutt'a un tratto è stato come scivolare sulla riva fangosa di un fiume giù nella letale realtà della guerra. Abbiamo provato ondate di sentimenti: rabbia, shock, delusione verso noi stessi e come se qualcosa di prezioso per noi fosse morto, il paese in cui credevamo o la fede nel progresso morale della storia.
Ora i giorni della guerra si susseguono come di seguito si girano le pagine di un giornale. Le immagini di ieri sono superate da quelle di oggi. Prima, vediamo la notte di Baghdad illuminata dalle esplosioni e proviamo una profonda angoscia per chiunque sia costretto lì sotto, e questi sentimenti sono mescolati con lo scomodo fascino per lo sfoggio del potere. Poi osserviamo le fotografie della madre di qualcuno che piange sul corpo contorto tra le macerie e il bambino senza braccia con i suoi nuovi moncherini avvolti in garza bianca e il sangue che cola da sotto il corpo di un contadino sdraiato a lato di una strada. Scuotiamo la testa, sentendo un antico dispiacere che è familiare per la nostra specie. Giriamo pagina. Ora vediamo statue che cadono e persone che si rallegrano e ci sentiamo sollevati che forse Saddam è storia passata e il peggio della violenza è terminata. Patrioti a favore della guerra nutrono verso di noi un piacere maligno e ci sentiamo stranieri in un paese straniero, incapaci di parlare perché nessuno ascolta.
I nostri sentimenti sono un misto di convinzioni politiche e di naturale empatia umana. Non possiamo dimenticare le migliaia di vittime insanguinate che giacciono in stanze sporche di ospedale e nello stesso tempo ci auguriamo la fine della dittatura irachena e nello stesso tempo non ci fidiamo delle intenzioni a lungo termine del nostro governo e nello stesso tempo crediamo nella capacità umana di nobiltà e gentilezza e nella possibilità della pace.
Le pagine continuano a girare. Nelle mani di chi è ora l'Iraq? Chi prende le decisioni? Le discussioni turbinano mentre le truppe americane combattono porta a porta. La prossima può essere Rumsfeld che minaccia la Siria. Ci guardiamo l'un l'altro e comprendiamo di aver fallito, poi ci guardiamo ancora e comprendiamo di avercela fatta. Questo è un lungo, lungo progetto, ricordiamo a noi stessi, un progetto che ci collega tutto il tempo con i pacemaker. E così ci prepariamo il più saggiamente possibile per la continuazione della lotta.
E tuttavia manca qualcosa. Qualcosa in noi che si sente tradito, anche negato, quando giriamo un'altra pagina e ci prepariamo per domani. Che cos'è? Cosa non abbiamo fatto? Cosa non abbiamo ricordato?
Credo che quello che abbiamo scansato ha a che fare col cordoglio e con l'impulso del tutto umano e mistico di benedire i morenti e i morti.
Durante i lunghi mesi di protesta e discussione che hanno portato alla guerra e le immagini di massacro a cui abbiamo assistito, abbiamo cercato di provare solidarietà per tutte le vittime innocenti della guerra: i civili e i bambini iracheni, i coscritti iracheni, e i soldati americani e britannici mandati per liberarli. Eravamo convinti che ci fossero modi più saggi e più compassionevoli per occuparsi dei danni del regime di Saddam. Ma non siamo stati ascoltati e ora ferimenti e uccisioni sono compiuti e continuano a compiersi.
In questo processo, il nostro cuore si è allargato, si è aperto e ora è in pezzi. Questi dolorosi sentimenti sono i nostri alleati. Essi ci hanno aiutato a riconoscere nell'anima quel che abbiamo prima conosciuto nella mente, che non esiste "l'altro". Siamo dentro a questa umanità, dentro all'anima dell'umanità come chiunque altro. Non c'è modo di fare un passo indietro rispetto ad essa. Il nostro abituale senso dei confini personali non è tutta la verità.
Uso di proposito la parola "anima". Per me anima significa quello spazio in noi in cui sperimentiamo la nostra connessione con tutto il resto, con ogni altro essere. La mia anima mi collega a ogni altra anima in lotta nel dramma della guerra dell'Iraq, dal presidente Bush, al bambino appena diventato orfano che cade dalle braccia della madre. Non siamo separati, siamo una famiglia. Sentire questa connessione è un grande dono. Rende vive e in contatto le nostre vite. Ma comporta anche un prezzo, il prezzo del cordoglio quando i membri della famiglia umana soffrono e muoiono. E i nostri cuori si spezzano quando vediamo le immagini degli uccisi e dei mutilati. A un certo punto, non sappiamo più come reggere questa tristezza e ci giriamo dall'altra parte o ci rendiamo insensibili. Ci ritroviamo ben presto turbati dall'insensibilità e dal voltar via la faccia, ma non sappiamo cos'altro fare. Nell' inconscio tentativo di assumerci la sofferenza, alcuni di noi finiscono per ammalarsi o per cadere in depressione.
Io credo che ci sia qualcosa che possiamo fare, anche se può sembrare che non cambi nulla all'esterno. Possiamo onorare la sofferenza di cui siamo testimoni dandoci il tempo di provare cordoglio. Possiamo smettere per un momento di girare le pagine, smettere di guardare il prossimo telegiornale, smettere di aspettare il prossimo evento e lasciare che ci sia silenzio nella nostra casa. Lasciar entrare la tristezza. Rattristiamoci, sentiamo il cordoglio in qualsiasi modo si presenti. Può essere solo per pochi istanti o può durare più a lungo, ma diamogli tutto il tempo di cui ha bisogno e finché sentiamo sorgere in noi il cordoglio onoriamolo.
E poi possiamo provare a fare qualcosa di più. Che siate religiosi o no, è molto probabile che se sedeste con il membro di una famiglia che sta morendo, vorreste lenire in ogni modo la sua sofferenza perché il suo trapasso sia pieno di grazia e senza paura. Forse gli accarezzereste la fronte, o gli cantereste una canzone quieta o continuereste a ripetere una preghiera. Qualunque cosa fareste, immaginate quale sarebbe la qualità del vostro cuore in quei momenti in cui chi amate muore e voi lo aiutate a liberarsi in pace.
Questa qualità del cuore, io credo, è quello che dobbiamo toccare in noi e offrire ai bambini, alle donne, agli uomini, nella nostra comune anima che è stata ferita o è morta in uno stato di grave angoscia durante questa guerra. Essi sono qui, dentro di noi, con la loro confusione, la paura e i commiati lasciati a metà, quando un missile ha colpito la loro auto, o la casa gli è caduta addosso, o le fiamme hanno bruciato i loro corpi. Penso che con l'immaginazione del cuore dobbiamo andare da loro e offrire la nostra più sincera tenerezza e il nostro amore. Aiutarli, con la nostra tenera presenza, a lasciarsi andare in pace. Se è vero che siamo tutti parte di una sola anima, questo gesto può essere più di un semplice gesto. Può essere l'azione più importante che noi possiamo fare per la pace in questo momento, nella nostra anima come nella loro. E poi saremo abbastanza in pace e abbastanza forti per procedere sul sentiero.