Baghdad,
11 febbraio 2003
"Rabia" Elizabeth Roberts
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La nera
notte dell'anima
"Ma
noi come sentinelle, siamo obbligati a vigilare
nella notte senza stelle e attendere l'ora stabilita."
John Dryden
Negli ultimi giorni Elias è stato assai impegnato a creare striscioni,
a montare tende e a organizzare una serie di azioni che nella prossima
settimana verrano intraprese dall'Iraq Peace Team. Rispetto alla sua energia
io sono invece paralizzata da una profonda paura. Sento l'ombra della
guerra incombere sulle mie spalle. E al momento quel buio mi imprigiona
tra le sue spire. Non mi interessa conoscere nuove persone o fare nuove
esperienze. Mi chiedo, che senso ha? Per questo luogo la storia è
finita! Quando discuto con vecchi amici, conosciuti a novembre e dicembre
qui a Baghdad in occasione di una delle nostre visite precedenti, piangiamo
insieme. Il futuro avanza e milioni devono vigilare in silenzio durante
la notte che si avvicina.
Quegli iracheni che se lo possono permettere hanno già lasciato
Baghdad. I funzionari delle Nazioni Unite si prendono le vacanze e i gruppi
umanitari sono rispediti a casa. Gli uomini di affari hanno fatto traslocare
le proprie famiglie. Gli stranieri fanno ritorno in patria. I giornalisti
ispezionano gli hotel per verificarne la solidità delle strutture.
La popolazione cerca di vendere la propria macchina, i propri averi e
tutto ciò che possa aiutarli a lasciare la città.
Ma la stragrande maggioranza non ha nessun posto dove andare. Cinque milioni
tra uomini, donne e bambini sono costretti a rimanere qui e a sopportare
la pioggia di bombe, la mancanza di elettricità, la carenza di
acqua potabile, di cibo e di medicine. Le scuole e gli ospedali verranno
chiusi, così come i negozi e le aziende. Nessuno sa dove e quando
le bombe fatte di uranio impoverito o le altre armi chimiche, nucleari
o biologiche verranno impiegate. Si dice che verrà promulgata la
legge marziale.
Hassan è un elettricista disoccupato e mi racconta che lui e sua
moglie hanno immagazzinato del cibo ma temono che se la guerra dovesse
durare a lungo, potrebbero venire derubati e saccheggiati dai ladri. È
un uomo mite che cerca di non parlare di guerra quando sono presenti i
suoi quattro bambini "ma ne sentono parlare a scuola e dagli amici.
Ieri, Alla (suo figlio di nove anni) ha chiesto se moriremo. Questa è
la loro vera grande paura, non quella di morire ma di perdere il papà
e la mamma".
Perché? Perché? Perché? Questa è la sola domanda
che mi chiede ogni persona con la quale mi fermo a parlare. "Causerete
così tanta distruzione soltanto per il petrolio? Gli Americani
riescono a immaginare la catastrofe che sta per accadere? Tra gli Arabi
e gli Americani nulla sarà più possibile - non prima che
siano trascorsi cento anni". Io posso solo essere testimonianza di
questo dolore, non ho risposte.
Ogni giorno in hotel, divisi in piccoli gruppi, gli appartenenti al Peace
Team discutono di quanti giorni manchino allo scoppio della guerra. Quanti
giorni ci separano dall'invasione? Quando sarebbe meglio partire? Quelli
che scelgono di fermarsi per tutta la durata della guerra, saranno al
sicuro? Cosa possiamo fare per evitare il disastro che incombe? Non c'è
nulla che possa fermarlo? Il concilio di sicurezza dell ONU? La Francia
e la Germania? Il popolo americano? L'Arabia Saudita? La maggior parte
di noi ha accantonato la speranza di una tregua all'ultimo minuto. Bush
farà la sua guerra. E noi ci tratterremo per solidarietà
con il popolo iracheno quanto più a lungo ognuno di noi potrà
fare.
Khaled, un nostro amico yemenita che sta seguendo un corso di specializzazione,
dopo avermi osservato mi dice che ho la "malattia della paura".
Dice che ne vede parecchia in giro e che dovrei partire. È vero,
ho un po' di febbre, non ho appetito, dormo molto e provo grande disperazione.
Oggi sotto la mia porta hanno fatto passare un memo contenente quattordici
domande. La prima è "In caso di morte, dai la tua approvazione
affinché il tuo corpo non sia restituito al tuo paese di appartenenza
ma che venga trattato nella maniera più consona?". Con questo
tipo di decisioni come è possibile non soffrire per la "malattia
della paura"?
Elias e io abbiamo scelto una data di partenza che riteniamo sicura, ma
che naturalmente potrebbe non esserlo del tutto. Tuttavia, il fatto stesso
che noi si possa partire, non fa che aumentare la mia tristezza per coloro
che lasciamo qui. Forse fermarsi per tutta la durata della guerra con
il popolo iracheno sarebbe più facile per l'anima. Ma non per il
corpo, alcuni infatti dicono che la percentuali di sopravvivenza dei contingenti
di pace americani si aggira intorno al 30%. Io semplicemente non mi sento
pronta (ancora) ad affrontare la fine della mia vita o a rispondere alla
seconda domanda: "Hai scritto una lettera che, in caso di morte,
possa essere spedita ai tuoi cari?".
Mentre mi interrogo su come evitare la morte, la vita tutt'attorno a me
continua. I ragazzini lustrascarpe giocano ancora davanti al nostro hotel,
sperando di ricevere qualche moneta. Amal, un amico che ha una galleria
d'arte, apre ogni mattina il negozio, ci offre il the, piange silenziosamente
e poi mi fa vedere i nuovi tessuti del Kurdistan. Kamel, l'aiutante dell'Imam
della moschea vicina, viene ancora a lavorare ogni giorno, alto e dignitoso,
e ci offre del caffé mentre ci insegna alcune parole di arabo.
La notte scorsa sette cortei nuziali, tutti decorati e accompagnati da
musiche, sono passati per la nostra strada: sette! All'Hotel Palestina,
situato qui di fronte, hanno cominciato ad attaccare del nastro adesivo
sulle grandi vetrate per impedire che vadano in frantumi quando cominceranno
i bombardamenti. E sul prato che si trova proprio al di sotto di queste
finestre ci sono ancora due iracheni che si prendono cura delle piante
e dell'aiuola dell'Hotel. Prepararsi a morire, prendersi cura della vita.
La verità di questa lezione mi spezza il cuore. Un piccolo germoglio
verde fa capolino tra le rovine. Sicuramente il minimo che devo a queste
belle persone è l'energia del mio sorriso. Che diritto ho di disperare
quando dappertutto la vita continua? Prego che con l'aiuto della grazia
questa "malattia della paura" passerà. Insh'allah!
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Amman,
20 febbraio 2003
Elias Amidon
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Shock
e sgomento
La settimana scorsa Fais, un amico iracheno, mi ha raccontato che un tempo
portava il figlio a pescare."Mi piaceva stare seduto là senza
fare nulla, mi piaceva osservare il fiume scorerrere. Adesso però
non ci andiamo più. Oggi come oggi, nessuno si rilassa più.
Siamo solo in nervosa attesa di questa guerra ormai in procinto di scoppiare".
Ieri mattina Fais e io ci siamo salutati. Quando ci siamo abbracciati
mi ha detto: "Quando tornerai in Iraq, se Dio vorrà non si
parlerà più di guerra e allora forse potremmo andare a pescare
insieme".
Senza pronunciare parola, coltivammo entrambi per un istante l'immagine
di noi due pigramente seduti sulle sponde del Tigri intenti a pescare,
non troppo preoccupati di prendere alcunché, osservando i pesci
saltare e gli aironi che scrutano le acque poco profonde in cerca di pesciolini.
Ma quando rilasciammo l'abbraccio, l'immagine sparì e al suo posto
ricomparve la consueta ansia da guerra. "Fais", gli dissi, "abbi
cura di te. Se scoppia la guerra stai a casa, non uscire, rimani con la
tua famiglia".
"Sì, sì, lo so", mi rispose. Era del tutto inutile
che gli facessi tali raccomandazioni. Mi aveva raccontato lo stesso scenario
del programma bellico americano di cui avevo letto pochi giorni prima,
quello chiamato "Shock e sgomento".
Funziona così: secondo il Pentagono la guerra avrà inizio
con "il più intenso bombardamento aereo che la storia ricordi",
e nelle prime 48 ore gli Stati Uniti sganceranno un numero di bombe e
di missili guidati maggiore rispetto a quante non ne furono usate in tutta
la Guerra del Golfo: 3000 bombe intelligenti e 800 missili. Buona parte
di queste saranno diretti contro obiettivi militari a Baghdad. Il terzo,
il quarto e il quinto giorno dell'attacco vedranno la potenza di fuoco
di ottocento jet americani scatenarsi con mille e cinquecento missioni
al giorno, ventiquattro ore al giorno. Dopodiché la 101esima e
l'82esima Divisione Airborne attaccheranno sotto la protezione di centinaia
di elicotteri Black Hawk e Apache. Il giorno successivo saranno raggiunti
da migliaia di carri armati statunitensi e britannici, rispettivamente
gli Abrams e i Challenger, che avanzeranno dal sud e dal nord in compagnia
della Terza e della Quarta Divisione di fanteria, delle truppe britanniche
e dei marines. Il piano è quello di schiacciare e demoralizzare
gli Iracheni con l'enormità dell'attacco e di essere in grado di
occupare Baghdad velocemente con il minor numero di combattimenti.
Saddam Hussein è ovviamente al corrente di tutto ciò e sa
anche che la natura del suo paese non gli garantisce una copertura adatta
per prolungati scontri di guerriglia contro l'esercito degli Stati Uniti,
copertura simile a quella che le giungle del Vietnam assicurarono ai Viet
cong. Con l'eccezione però degli edifici urbani. Il Pentagono dice
che sarebbe immorale se Hussain adoperasse le aree civili come scudo per
l'esercito iracheno. Potrebbe anche essere immorale, ma Saddam ha poca
altra scelta. E i cittadini iracheni se lo aspettano. Conversando con
gli Iracheni questi ultimi mi hanno detto di pensare che numerosi contadini
si uniranno all'esercito regolare per resistere all'invasione sia in aree
urbane che rurali. Sono armati e ci hanno detto numerose volte: "Anche
gli Iracheni cui non piace questo governo opporranno resistenza all'invasione.
Siamo un popolo orgoglioso e non vogliamo essere occupati da nessuna potenza
straniera. Voi Americani fareste lo stesso se qualcuno vi invadesse".
Non c'è modo di sapere se gli Iracheni si trincereranno per una
resistenza a lungo termine dopo le settimane iniziali di Shock e sgomento.
Ma è una possibilità concreta. Baghdad potrebbe trasformarsi
in una nuova Gaza. Edifici fatiscenti, senza acqua potabile, senza sanità,
bambini senza tetto e nervosi soldati che pattugliano quartieri bombardati.
La possibilità che questo potrebbe accadere ci tormenta tutti:
Fais, me, gli Iracheni, i generali che hanno progettato il piano di guerra
americano, i soldati di entrambi gli schieramenti, i portatori di pace
che marciano in centinaia di paesi. Nessuno di noi vuole che ciò
accada. E siccome tutti condividiamo questo rifiuto per la guerra, c'è
speranza.
Nelle quattordi lettere che abbiamo finora spedito dall'Iraq, abbiamo
condiviso molte storie e immagini di gente comune.Questo è stato
il nostro proposito principale: aiutare a ricordare, sia a noi che a tutti
coloro che desiderano ascoltare, i costi umani di questa guerra imminente.
Milan Kundera ha scritto: "La lotta dell'uomo contro il potere è
la lotta della memoria contro la dimenticanza". Le storie di queste
lettere sono solo una piccola parte di quella vasta rete di conversazioni
che avvengono nel mondo con lo scopo di aiutarci a ricordare. Cercare
di conservare memoria di ciò che ci interessa, e un modo per proteggerlo
e nutrirlo. I centri di potere cumulativo della nostra epoca, economici,
militari e politici, sono sostentati dalla nostra amnesia colletiva. Unirsi
a questa lotta contro la dimenticanza è il motivo che ci ha spinti
ad andare in Iraq ed è la ragione che vi ha spinto a leggere tutto
questo.
A novembre, prima di partire ho scritto una dichiarazione in cui spiegavo
perché andavamo in Iraq, sono alcune righe con le quali vorrei
chiudere questa serie di lettere. Stiamo andando in Iraq, scrissi allora,
per fare appello "a quel qualcosa dentro di noi, dentro di me e dentro
tutti noi, quel luogo dove trasaliamo di fronte alla realizzazione della
nostra origine comune, del nostro spirito, dei nostri desideri e della
nostra destinazione. Se potessimo veramente toccare quel luogo, io allora
credo che le spade ci cadrebbero dalle mani".
Possa lo shock e lo sgomento di questa realizzazione guidarci!
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19 marzo
2003
"Rabia" Elizabeth Roberts
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Creare
una cultura nonviolenta
"Dopo il no finale arriva un sì e da quel sì
dipende il futuro del mondo."
Wallace Stevens
Io ed Elia siamo ritornati negli Stati Uniti dall'Iraq in tempo per
poter partecipare al primo incontro di cinque giorni dell'International
Governing Council del Nonviolent Peaceforce. Il mio lavoro col Peaceforce
è il mio "sì" al futuro. Porto il suo messaggio
di promessa e di fede, insieme al "no" delle mie proteste anti-guerra
e anti-imperialismo.
Il fatto che la guerra sia scoppiata in Iraq non fermerà il mio
lavoro anti-guerra. Ma mi dà ancor più determinazione a
procedere verso una visione positiva per il futuro del mio paese e del
mio pianeta.
Da molto tempo sappiamo che non basta essere contro qualcosa: l'abbiamo
imparato uscendo dall'adolescenza e crescendo i nostri figli attraverso
la loro adolescenza. "No" ci definisce solo in contrapposizione
all'altro; "sì" abbraccia l'interezza della nostra identità
e realtà interrelate.
Il Nonviolent Peaceforce (www.nonviolentpeaceforce.org)
rappresenta la visione di decine di migliaia di cittadini e di centinaia
di organizzazioni provenienti da ogni parte del mondo che collaborano
per istituire corpi di pace stabili e composti da civili disposti ad applicare,
in zone di conflitto violento, le tecniche di "third party nonviolent
intervention"(1), ovvero tecniche di intervento nonviolento implementate
da soggetti e/o organizzazioni non coinvolti nel conflitto.
Nel 1999, alla conferenza dell'Hague Appeal for Peace, dove si incontrarono
più di 9000 persone da più di cento nazioni per creare strategie
che rendessero obsoleta la guerra, nacque il Nonviolent Peaceforce per
aiutare a realizzare questa visione. A New Delhi, in India, nel dicembre
del 2002, si incontrarono 110 delegati di 47 nazioni per selezionare il
primo International Governing Council del Peaceforce (con due rappresentanti
per ognuno degli otto paesi del mondo, più due rappresentanti dei
giovani). Abbiamo anche votato decisioni sulla linea politica e abbiamo
identificato le prime aree di conflitto in cui inviare nel corso dell'anno
successivo i corpi di pace.
Non si tratta di un sogno futile. È una delle visioni dell'attuale
più pratiche che io conosca. Se in Iraq ci fosse stato un esercito
internazionale di pace organizzato e addestrato di alcune centinaia di
persone, si sarebbe potuta impedire la guerra.
In questo momento, il Peaceforce si prepara a inviare le sue prime squadre
di pace a Sri Lanka (dove in passato cinque cessate il fuoco sono falliti
per il ricorrere della violenza; si sta ancora una volta ricreando la
violenza tra Tamil e Cingalesi). Inoltre, il Peaceforce collabora con
le organizzazioni in IsraelePalestina e in Corea per lo sviluppo di progetti
per inviare nel prossimo futuro corpi di pace in quelle zone.
I membri del corpo di pace ricevono un ampio addestramento e si impegnano
a un minimo di due anni di servizio remunerato. Da tutto il mondo vengono
create e sostenute delle riserve per rimpiazzare o integrare i membri
del corpo attivo in determinate circostanze.
Il Peaceforce si reca in un paese solo su invito di organizzazioni locali
di pace o umanitarie. Ha già ricevuto 19 richieste formali da diversi
paesi, più di quello a cui per ora possa rispondere come finanze
e disponibilità di personale.
Arrivato in un paese il Peaceforce usa tecniche collaudate di intervento
di parti "terze" non coinvolte nel conflitto (1), per
esempio i lavoratori della pace accompagnano i leader e i negoziatori
attaccabili nelle aree di conflitto; creano una presenza internazionale
nelle città minacciate e nelle zone di confine perché i
combattenti sappiano che attacchi e massacri richiamano l'attenzione internazionale
(questo è molto simile al lavoro che io ed Elia abbiamo fatto in
Nicaragua col gruppo Witness for Peace, Testimone di Pace). I gruppi del
Peaceforce inoltre sorvegliano le situazioni di conflitto attraverso i
resoconti di testimoni oculari e li fanno pervenire alle organizzazioni
pertinenti, rappresentanze governative e i media. I corpi di pace possono
anche porsi tra gruppi in opposizione per cercare di impedire la continuazione
della violenza. Questo è quanto faceva la giovane Rachel Carrie
a Gaza quando fu investita da un bulldozer.
Il Peaceforce si impegna nell'intervento non "di parte" (1),
nel non prendere posizione nei conflitti, ma a fare invece appello a entrambe
le parti perché usino altri mezzi anziché la violenza per
risolvere il loro conflitto. C'è molta discussione nel gruppo di
lavoro IsraelePalestina su come i membri del Peaceforce possano intervenire
con tutte e due le parti; per esempio, mettendosi tra l'esercito di difesa
israeliano e i civili palestinesi e nello stesso tempo viaggiando su autobus
in Israele che sono spesso bersaglio di attacchi da parte di attentatori
suicidi.
Il Peaceforce è un passo importante verso la limitazione della
violenza globale. C'è così tanto lavoro che si può
fare. Dobbiamo andare oltre i discorsi per scegliere quello per cui ci
piace e ci preme lavorare.
Tutti i movimenti per la pace, per la giustizia sociale e per la salvaguardia
dell'ambiente sono ora considerati come realtà intrecciate quali
sono e continueranno a diventare. Tutti i nostri sforzi in questi movimenti
assicureranno ai cittadini e ai bambini iracheni e ai soldati americani
e iracheni di non morire invano. Se devono perire, che il loro sacrificio
ci fornisca la motivazione per continuare a lavorare perché tali
guerre non accadano più.
Non possiamo impedire i conflitti, ma possiamo impedire la violenza e
lo faremo.
NOTA
1) Per cercare di chiarire questi concetti citiamo un articolo
da noi precedentemente pubblicato:
"L'imparzialità e la non ingerenza sono fra i temi con i quali
dobbiamo confrontarci più spesso, visto che, per la loro particolarità,
possono prestarsi a possibili fraintendimenti. Un'attitudine imparziale
è indispensabile per un intervento che voglia essere di mediazione.
Ciò implica: trattare con tutte le parti in causa con mente aperta,
disponibile; riportare i fatti nel modo più obiettivo possibile;
evitare di esprimere giudizi; chiarire il proprio ruolo a tutte le parti;
manifestare ai responsabili della violazione di diritti umani la preoccupazione
propria e stimolare quella dell'opinione pubblica.
Possiamo distinguere un livello di principio da uno strategico.
Sotto il primo aspetto, l'imparzialità significa: scelta consapevole
di apertura a tutti, disponibilità a comunicare con tutte le parti;
atteggiamento critico nei confronti del comportamento nostro e di chi
appartiene alla nostra parte (in genere è più facile esercitarlo
nei confronti della parte avversa!).
Per affrontare il livello strategico, bisogna forse prima sgombrare il
campo da equivoci che spesso fanno confondere l'imparzialità con
la neutralità. Un atteggiamento imparziale è invece profondamente
non neutrale. Si può piuttosto collegare l'imparzialità
alle parti in causa e la non neutralità alle loro azioni. Saremo
cioè imparziali nei confronti di tutte le parti coinvolte nel conflitto,
ma non neutrali nei confronti delle loro attività/azioni. Non siamo
contro o a favore di una delle parti, ma contro o a favore del suo modo
di agire: siamo contro le azioni violente e a favore delle azioni nonviolente
di qualsiasi parte in conflitto. Come nonviolenti, crediamo che ogni posizione
contenga parti di verità. Crediamo inoltre che chi opprime sia
vittima del suo stesso sistema di oppressione. Possiamo dimostrare agli
oppressori la nostra imparzialità e la nostra non neutralità
mostrando che questa differenza (tra persona e azione/sistema) esiste.
Possiamo farlo, non solo a parole, ma con il nostro atteggiamento, con
un piano di azione coerente.
Quando la nostra strategia è imparziale, nei confronti delle parti
in conflitto, e non neutrale, nei confronti della loro attività
, siamo nonviolenti nei confronti di tutti, in modo equanime, abbiamo
creato una base per la nostra tattica in situazioni diverse."
da Buone Notizie, 2/1997, pagg. 20/21
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11 aprile
2003
Elias Amidon e "Rabia" Elizabeth Roberts
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Un gesto
I sentimenti generati in noi da questa guerra non sono facili da reggere.
Per mesi, molti di noi hanno lavorato per impedire che scoppiasse la guerra,
sentendo una grande determinazione comune e una ritrovata solidarietà,
e nello stesso tempo provando il terrore dell'imminente violenza e ansia
per gli odi a lungo termine che essa nutrirà. E tutt'a un tratto
è stato come scivolare sulla riva fangosa di un fiume giù
nella letale realtà della guerra. Abbiamo provato ondate di sentimenti:
rabbia, shock, delusione verso noi stessi e come se qualcosa di prezioso
per noi fosse morto, il paese in cui credevamo o la fede nel progresso
morale della storia.
Ora i giorni della guerra si susseguono come di seguito si girano le pagine
di un giornale. Le immagini di ieri sono superate da quelle di oggi. Prima,
vediamo la notte di Baghdad illuminata dalle esplosioni e proviamo una
profonda angoscia per chiunque sia costretto lì sotto, e questi
sentimenti sono mescolati con lo scomodo fascino per lo sfoggio del potere.
Poi osserviamo le fotografie della madre di qualcuno che piange sul corpo
contorto tra le macerie e il bambino senza braccia con i suoi nuovi moncherini
avvolti in garza bianca e il sangue che cola da sotto il corpo di un contadino
sdraiato a lato di una strada. Scuotiamo la testa, sentendo un antico
dispiacere che è familiare per la nostra specie. Giriamo pagina.
Ora vediamo statue che cadono e persone che si rallegrano e ci sentiamo
sollevati che forse Saddam è storia passata e il peggio della violenza
è terminata. Patrioti a favore della guerra nutrono verso di noi
un piacere maligno e ci sentiamo stranieri in un paese straniero, incapaci
di parlare perché nessuno ascolta.
I nostri sentimenti sono un misto di convinzioni politiche e di naturale
empatia umana. Non possiamo dimenticare le migliaia di vittime insanguinate
che giacciono in stanze sporche di ospedale e nello stesso tempo ci auguriamo
la fine della dittatura irachena e nello stesso tempo non ci fidiamo delle
intenzioni a lungo termine del nostro governo e nello stesso tempo crediamo
nella capacità umana di nobiltà e gentilezza e nella possibilità
della pace.
Le pagine continuano a girare. Nelle mani di chi è ora l'Iraq?
Chi prende le decisioni? Le discussioni turbinano mentre le truppe americane
combattono porta a porta. La prossima può essere Rumsfeld che minaccia
la Siria. Ci guardiamo l'un l'altro e comprendiamo di aver fallito, poi
ci guardiamo ancora e comprendiamo di avercela fatta. Questo è
un lungo, lungo progetto, ricordiamo a noi stessi, un progetto che ci
collega tutto il tempo con i pacemaker. E così ci prepariamo il
più saggiamente possibile per la continuazione della lotta.
E tuttavia manca qualcosa. Qualcosa in noi che si sente tradito, anche
negato, quando giriamo un'altra pagina e ci prepariamo per domani. Che
cos'è? Cosa non abbiamo fatto? Cosa non abbiamo ricordato?
Credo che quello che abbiamo scansato ha a che fare col cordoglio e con
l'impulso del tutto umano e mistico di benedire i morenti e i morti.
Durante i lunghi mesi di protesta e discussione che hanno portato alla
guerra e le immagini di massacro a cui abbiamo assistito, abbiamo cercato
di provare solidarietà per tutte le vittime innocenti della guerra:
i civili e i bambini iracheni, i coscritti iracheni, e i soldati americani
e britannici mandati per liberarli. Eravamo convinti che ci fossero modi
più saggi e più compassionevoli per occuparsi dei danni
del regime di Saddam. Ma non siamo stati ascoltati e ora ferimenti e uccisioni
sono compiuti e continuano a compiersi.
In questo processo, il nostro cuore si è allargato, si è
aperto e ora è in pezzi. Questi dolorosi sentimenti sono i nostri
alleati. Essi ci hanno aiutato a riconoscere nell'anima quel che abbiamo
prima conosciuto nella mente, che non esiste "l'altro". Siamo
dentro a questa umanità, dentro all'anima dell'umanità come
chiunque altro. Non c'è modo di fare un passo indietro rispetto
ad essa. Il nostro abituale senso dei confini personali non è tutta
la verità.
Uso di proposito la parola "anima". Per me anima significa quello
spazio in noi in cui sperimentiamo la nostra connessione con tutto il
resto, con ogni altro essere. La mia anima mi collega a ogni altra anima
in lotta nel dramma della guerra dell'Iraq, dal presidente Bush, al bambino
appena diventato orfano che cade dalle braccia della madre. Non siamo
separati, siamo una famiglia. Sentire questa connessione è un grande
dono. Rende vive e in contatto le nostre vite. Ma comporta anche un prezzo,
il prezzo del cordoglio quando i membri della famiglia umana soffrono
e muoiono. E i nostri cuori si spezzano quando vediamo le immagini degli
uccisi e dei mutilati. A un certo punto, non sappiamo più come
reggere questa tristezza e ci giriamo dall'altra parte o ci rendiamo insensibili.
Ci ritroviamo ben presto turbati dall'insensibilità e dal voltar
via la faccia, ma non sappiamo cos'altro fare. Nell' inconscio tentativo
di assumerci la sofferenza, alcuni di noi finiscono per ammalarsi o per
cadere in depressione.
Io credo che ci sia qualcosa che possiamo fare, anche se può sembrare
che non cambi nulla all'esterno. Possiamo onorare la sofferenza di cui
siamo testimoni dandoci il tempo di provare cordoglio. Possiamo smettere
per un momento di girare le pagine, smettere di guardare il prossimo telegiornale,
smettere di aspettare il prossimo evento e lasciare che ci sia silenzio
nella nostra casa. Lasciar entrare la tristezza. Rattristiamoci, sentiamo
il cordoglio in qualsiasi modo si presenti. Può essere solo per
pochi istanti o può durare più a lungo, ma diamogli tutto
il tempo di cui ha bisogno e finché sentiamo sorgere in noi il
cordoglio onoriamolo.
E poi possiamo provare a fare qualcosa di più. Che siate religiosi
o no, è molto probabile che se sedeste con il membro di una famiglia
che sta morendo, vorreste lenire in ogni modo la sua sofferenza perché
il suo trapasso sia pieno di grazia e senza paura. Forse gli accarezzereste
la fronte, o gli cantereste una canzone quieta o continuereste a ripetere
una preghiera. Qualunque cosa fareste, immaginate quale sarebbe la qualità
del vostro cuore in quei momenti in cui chi amate muore e voi lo aiutate
a liberarsi in pace.
Questa qualità del cuore, io credo, è quello che dobbiamo
toccare in noi e offrire ai bambini, alle donne, agli uomini, nella nostra
comune anima che è stata ferita o è morta in uno stato di
grave angoscia durante questa guerra. Essi sono qui, dentro di noi, con
la loro confusione, la paura e i commiati lasciati a metà, quando
un missile ha colpito la loro auto, o la casa gli è caduta addosso,
o le fiamme hanno bruciato i loro corpi. Penso che con l'immaginazione
del cuore dobbiamo andare da loro e offrire la nostra più sincera
tenerezza e il nostro amore. Aiutarli, con la nostra tenera presenza,
a lasciarsi andare in pace. Se è vero che siamo tutti parte di
una sola anima, questo gesto può essere più di un semplice
gesto. Può essere l'azione più importante che noi possiamo
fare per la pace in questo momento, nella nostra anima come nella loro.
E poi saremo abbastanza in pace e abbastanza forti per procedere sul sentiero.
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