Nicoletta Dentico |
Ho la fortuna
di essere qui stasera, dopo tanto tempo. Per me questo è uno dei
luoghi dove si sta bene, dove ci si sente in pace, e questa è una
grande fortuna.
Ho anche la fortuna di essere la prima a parlare, quindi non ho nessun
elemento di confronto. Voi avrete lo sguardo, poi avrete il giudizio.
Ci penserete voi al giudizio successivamente, anche in relazione alle
altre persone che verranno a parlare.
Ho parlato oggi con Giorgio per cercare di mettere a fuoco il taglio di
questa sera. Non so dove andrò a parare. L'unica cosa che so è
che con voi mi piacerebbe molto rendere problematiche le cose che vede
una persona che viene presentata sottolineandone l'impegno, la passione
Guardando il mio curriculum professionale in un certo senso potrei stare
tranquilla e invece non mi sento tranquilla per niente e quando cominciamo
a parlare di 'stili di vita', piuttosto che di 'scelte di vita', comincio
a muovermi con difficoltà.
Personalmente sono giornalista e non ho mai pensato di sviluppare questo
mestiere in una redazione in cui qualcuno mi imponesse sul capo cosa dovevo
scrivere e di cosa dovevo occuparmi; l'ho fatto qualche anno ma soltanto
per imparare il mestiere, per poi essere riconosciuta in quanto tale.
Quindi per me la scelta di seguire un percorso dedicato alle tematiche
del Terzo Mondo, alle tematiche dell'ingiustizia, del divario tra Nord
e Sud, è stata una scelta in un certo senso da sempre, perché
ho cominciato abbastanza presto e perché sono stata estremamente
fortunata di trovare lungo la mia strada persone che non so se oggi si
trovano più, come un presidente di Mani Tese che quasi trent'anni
fa risponde a una tredicenne che gli invia una lettera scritta a mano
e si prende la briga di dare un riscontro a un desiderio giovanile (cosa
che nell'era di internet forse non succede più).
Da quella risposta e da quell'incoraggiamento è partita la mia
storia con Mani Tese, che per me resta la mamma. Anche la Campagna Mine
è una cosa che si continua a portare avanti. Quindi non vorrei
dare un' immagine frammentata, di un passare da una cosa all'altra, quasi
per far carriera: in realtà è una valigia piena di tutte
queste cose, che sono ancora tutte lì, ancora tutte dentro di me.
Dunque il mio percorso parte da quando ero abbastanza giovane e va in
una certa direzione, sicuramente mi posso sentire in una linea di coerenza
con le scelte di vita che ho fatto. Non credo che ci possano essere, arrivata
alla santa età di 41 anni, grandi sgrullate di testa, tanto da
trovarmi magari in una multinazionale del profitto: non mi ci vedo. Dunque,
non credo che ci saranno deviazioni rispetto a questa scelta.
Ma pensando agli stili di vita comincio davvero ad avere un sacco di difficoltà,
perché ho avuto la fortuna di mettermi a confronto, in maniera
molto diretta, con l'abissale divario tra gli stili di vita che noi scegliamo,
e gli stili di vita imposti a tre quarti dell'umanità; quindi il
divario tra quelli che sono i paesi ricchi e sviluppati e quelli che chiamiamo
i paesi in via di sviluppo, ma che io preferisco chiamare i paesi travolti
dallo sviluppo altrui.
Una volta tornata a casa, questo confronto comporta una grave difficoltà
e un grave turbamento, comporta la quasi assiomatica certezza che quelle
scelte saranno mantenute, ma sugli stili c'è tanta difficoltà.
La avverto anche negli stili del lavoro, negli stili della vita quotidiana.
Forse mi cogliete in un momento in cui sono particolarmente in crisi o
particolarmente stanca, però mi voglio mettere in gioco a tutto
tondo, senza pretese professionali: qui stiamo parlando tra persone e
non tra ruoli.
Allora voglio dirvi che mi ritrovo da circa un anno a riflettere sul fatto
che mi sento impegnata, a un certo livello di responsabilità, in
un'organizzazione umanitaria, che però rischia di essere poco umana,
rischia di essere freneticamente coinvolta in una logica di produzione,
in una logica di obiettivi da raggiungere, in una logica che insomma declina
nel non profitto esattamente gli stessi paradigmi, le stesse modalità
del profitto.
Questa caratteristica non riguarda soltanto una multinazionale dell'umanitario
come la mia - dove tuttavia devo ammettere che c'è lo sforzo di
tenere vivo l'aspetto umano, perché ci sono i momenti in cui ragioniamo
molto di questo (cosa che non credo si faccia nelle aziende) - ma temo
che si sia infiltrata pericolosamente anche nelle realtà più
antiche e nelle realtà più piccole, dove in un certo senso
c'è meno visibilità, c'è una posta in gioco meno
alta.
Il motivo del mio ritardo stasera è dovuto al fatto che, come probabilmente
avrete appreso dai giornali, i ceceni che hanno sequestrato molte persone
a Mosca hanno chiesto a Medici Senza Frontiere di fare da mediatori, cosa
che evidentemente non è semplice. Non so se lo fanno perché
da due mesi hanno in mano un nostro capo missione olandese di cui non
sappiamo assolutamente niente. Da due mesi stiamo smuovendo questo mondo
e quell'altro, da Washington all'Unione Europea, da Mosca a non so cosa
(perché neanch'io credo di avere l'esatta percezione di cosa si
stia muovendo), fatto sta che hanno chiesto a noi e alla Croce Rossa Internazionale
di agire da mediatori. Ovviamente non si può dire di no, perché
la posta in palio è di parecchie vite e forse c'è anche
una possibilità di riottenere il nostro capo missione, e questo
vi dice qualcosa sulle materie con cui ci troviamo quotidianamente a lavorare.
Si tratta dell'ordinaria emergenza, situazioni di questo tipo succedono
spesso e ci troviamo tutti i giorni a vivere queste sfide. Per esempio,
due giorni fa è arrivata la risposta molto negativa del governo
angolano alla nostra denuncia di corruzione e di insipienza da parte delle
Nazioni Unite.
L'organizzazione a cui appartengo, e per la quale sto lavorando, sicuramente
ha un coraggio che altri ritengo non abbiano; quindi c'è una posta
in palio molto alta, con un'assunzione forte di responsabilità
del proprio ruolo e del proprio mandato. Ma nella realtà quotidiana
c'è un rischio pelosissimo e penosissimo: quello di tramutare queste
grandi sfide in una sorta di trituramento delle persone. Io sento profondamente
che questa eresia del fare, questa eresia dell'agire, svuota. E svuota
come persone, per cui anche la scelta a questo punto sta entrando non
dico in un momento di disorientamento - perché, ripeto, la scelta
di fondo è quella - ma la modalità di attuare questa scelta
in questo momento mi lascia francamente un po' inquieta e perplessa e
implica un livello di problemi che vorrei veramente condividere con voi
con molta sincerità.
È ovvio che si cresce: da Mani Tese - coi campi di lavoro, dove
c'è un entusiasmo assolutamente fondamentale, che spero che non
si sia perso nella maniera di formare i giovani oggi - a una serie di
impegni personali che aumentano le responsabilità; ma nel momento
della responsabilità uno si espone e si fa molte più domande
anche rispetto alla coerenza di queste responsabilità.
Quindi vengo qui di fronte a voi e di fronte a questo mondo priva di certezze
ed estremamente incapace di trovare delle ricette concrete, delle ricette
minimamente vendibili, se non la problematicità di questa situazione.
Ieri sera ho partecipato a un incontro bellissimo con Arundati Roy, una
donna straordinaria, una scrittrice che fa veramente vibrare. C'era il
suo intervento e un film che è stato presentato a Torino, intitolato
Dam Age, in cui c'era un gioco di parole tra 'damn', maledizione e 'dam',
dighe, che sono effettivamente una maledizione, non solo in India, dove
lei a un certo punto racconta la sua storia (sapete che è stata
perseguita per oltraggio alla Suprema Corte). A un certo punto ha detto
una cosa che mi ha colpito profondamente: "Di fronte alle grandi
sfide globali dobbiamo globalizzare il dissenso. Io sento che il mio ruolo
è quello di mettere la capacità di comunicazione che ho
acquisito al servizio di questa causa dei pescatori più poveri,
che combattono da anni, ma che devono in qualche modo avere una voce più
vibrata, più sofisticata anche, che faccia parlare di loro".
Nel momento in cui si è ritrovata con una sentenza sul capo e un
processo in corso, ha deciso di pagare immediatamente la cauzione perché,
ha detto testualmente "ho scoperto che il sacrificio non è
la mia vocazione".
Credo che questa sia una frase che vale anche per molti di noi (vale sicuramente
per me), che pure siamo impegnati, siamo in trincea. Io mi ci sento molto
in questa trincea e non ne potrei, né vorrei, uscire, perché
con tutto il mio cahier de doléance credo che se ne uscissi per
qualche settimana mi sentirei un po' male (forse questa è una forma
di nevrosi, di delirio di onnipotenza), però effettivamente io
non mi sento il coraggio, la vocazione al sacrificio, se non un sacrificio
che sia entro un perimetro accettabile. Forse si tratta di un sacrificio
che può diventare molto o anche troppo gratificante.
Questo fa emergere il problema che voglio porre con estrema franchezza
di un certo modo di fare azione umanitaria, di fare società civile
in questo momento: si tratta davvero di sacrificio - seppur accettabile
- di sé o di esaltazione?
Tornando a Arundati Roy e al suo discorso di ieri sera, lei diceva un'altra
cosa molto bella: "Ciò che effettivamente sta succedendo è
the breaking of the spirit, cioè stiamo rompendo lo spirito, stiamo
disarticolando un certo spirito. E qualunque sia la valenza che vogliamo
dare allo spirito, credo che effettivamente, sia a livello globale, sia
a livello di lavoro, sia a livello individuale, questa sia una delle incongruenze,
delle contraddizioni che vivo.
Ci può essere molto impegno, ci può essere anche molta passione
- e francamente credo di averla, per carattere - però uno si chiede,
riprendendo le parole di Antonietta Potente del giorno per giorno, della
quotidianità, del presente e dell'ora, se veramente si riesce a
essere testimoni di qualcosa di diverso, cioè a essere veramente
portatori di un altro mondo, un modo diverso (per rispettare lo slogan
'un altro mondo è possibile').
Io non lo so. Portiamo sicuramente avanti delle istanze importantissime,
portiamo avanti delle rivendicazioni fenomenali di giustizia, di questo
siamo tutti assolutamente convinti. Parliamo dell'Angola, parliamo della
Cecenia. Credo anzi che questo lavoro maledettamente trituri perché
non c'è una cosa che non sia assolutamente interessante, che non
ti prenda dentro fino in fondo per tutti i riflessi che ha.
Stiamo lavorando sulla questione dell'accesso alla salute. Non riesco
a raccontarvi le implicazioni d'ingiustizia, la più becera, la
più bieca, ma peraltro affrontabili e quindi alle quali vorresti
porre mano. E anche lo scandalo, il senso di profonda rabbia che ti prende
vedendo come si comportano questi autorevoli attori internazionali o questi
ammirati e rispettati signori dell'imprenditoria globale: c'è un
livello planetario di malafede, di voluta omissione di soccorso.
Ma mi chiedo se noi riusciamo a portare davvero questo anelito profondo
di giustizia in una maniera che faccia di noi degli strumenti di pace,
di giustizia, di perdono, di conciliazione, degni di un mondo diverso.
Per dirlo con altre parole: se riusciamo nel nostro quotidiano, pur nel
cuore dell'impegno, a rappresentare una società diversa. Oppure
se noi stessi non facciamo altro che declinare gli stessi modelli di comportamento,
pur dandoci una giustificazione etica che altri non si preoccupano affatto
di darsi. Tutti noi, in qualche modo, abbiamo mutuato gli stessi paradigmi
e siamo stati presi dall'imposizione di questo tipo di modello. Su questo,
francamente, ho molti dubbi e poche certezze
Quello che mi sento di dire, a conclusione di questa logorroica dissertazione
a braccio, è che c'è invece un grande bisogno di silenzio.
C'è molto bisogno di studio e di silenzio, perché c'è
molta confusione, molto parlare a voce alta, molto vociare. E dico questo
anche riferendomi ai movimenti, alle istanze sacrosante e giustissime,
che vengono portate avanti, alla parte da salvare e da incoraggiare della
globalizzazione, cioè alla globalizzazione delle relazioni, delle
società civili, delle rivendicazioni. Ed è per questo che
nasce un grande sentimento di frustrazione e di amarezza.
Oggi leggevo un intervento di Sabina Siniscalchi, di Mani Tese. Diceva
che anche lavorando sul terreno, anche facendo un piccolo progetto (trent'anni
fa si diceva micro-realizzazione), anche facendo queste cose a livello
di multinazionale dell'umanitario (come lo fa Medici Senza Frontiere),
c'è la sensazione che sia difficile pensare a un futuro, che il
futuro sia davvero un lusso.
Non vorrei che questo portasse, in maniera semplicistica, a dire che non
c'è speranza. No, la speranza ci deve essere, perché questo
mondo lo facciamo noi, e questo passa attraverso gli stili, attraverso
le scelte, è indubitabile; ma sicuramente dobbiamo anche rivedere
i nostri impegni alla luce del fatto che il futuro è un lusso e
che quindi, come tutti i lussi, devono vederci oggi preparati a non dare
assolutamente niente per scontato. Neanche la nostra personale gratificazione
di fare quello che facciamo, come persone impegnate.
Io credo che sia questa la cosa che personalmente avverto di più.
I giochi sono duri. Stiamo attenti a non fare del concetto di parlare
per quelli che non hanno voce un alibi, per cui la voce ce la teniamo
solo noi. Stiamo attenti a fare in modo che quando parliamo e diamo voce
anche agli slogan, abbiamo veramente il mandato e la legittimità
per farlo.
E secondo me la legittimità per parlare per chi non ha voce, o
comunque per enunciare slogan, richiede molto silenzio, molto ascolto,
molto studio di coloro dei quali pensiamo di perorare la causa. Quindi
molta prossimità, per usare un termine che mi sembra rappresenti
meglio questo atteggiamento. Questa forse è l'esperienza che Antonietta
Potente elabora, proprio basandosi sulla vicinanza ai piccoli, agli ultimi,
agli umili, che sono poi i più grandi maestri di vita, i più
grandi maestri di saggezza. Sono secondo me l'unica risorsa per immaginare
la costruzione di un altro mondo.
Oggi è di moda l'afro-pessimismo, questa rappresentazione voyeuristica
di un'Africa senza speranza. Credo che la mia organizzazione contribuisca
molto a questa rappresentazione di popolazioni denutrite, di vittime che
sembra non abbiano futuro se non grazie all'intervento umanitario (che
è una grande bugia di questo nuovo millennio), per cui si diventa
eroi noi qua, non quelli che vivono ogni giorno la sfida di una vita normale,
che sembra il più grande lusso che si possano permettere, ogni
giorno, nel presente, senza neanche immaginare il futuro.
Per controbattere questo afro-pessimismo di una rappresentazione voyeuristica
delle sofferenze dell'Africa, e anche l'idea che comunque gli africani
non si potranno mai svilupparsi perché non hanno proprio i geni
dello sviluppo come lo intendiamo noi, io insisto invece che il grande
know-how, la grande capacità, la grande ingegneria degli africani
è di riuscire con quasi niente a fare cose assolutamente grandi.
Per cui auspico un colonialismo africano nei nostri confronti, visto che
per la più banale difficoltà logistica o personale noi andiamo
in panne, entriamo in stress. Invece dovremmo proprio imparare da loro.
Quindi la vera scelta è quella di essere da quella parte. È
vero che la realtà è sempre più complessa, sempre
più problematica, sempre più articolata di quanto noi la
si rappresenti e quindi anche questa rappresentazione così manichea
tra buoni e cattivi convince fino a un certo punto: però una scelta
di parte si deve fare. E per quanto mi riguarda la scelta è con
quella gente là che mi deve colonizzare, è con quella gente,
con quelle donne, con quei bambini, con quegli uomini, che stanno a battagliare
davanti alla corte suprema indiana per la diga del Narmada, o per la terra
a Nairobi, o per l'accesso alle cure in Sudafrica, o per l'accesso alla
terra e all'istruzione in America Latina. Ma lo stile deve essere centrato
sull'ascolto, sullo studio e sul silenzio.
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Giorgio
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Mi sono piaciute
molto le cose che hai detto all'inizio, questo sentirti in pace quando
vieni qui; quindi, mi è venuto forte il desiderio di potertene
offrire ancora di più di questa 'pace', sentendoti così
presa, così sottoposta allo stress per il lavoro che fai.
E mi è piaciuto quello che hai detto sui modelli a cui si ispirano
anche le nostre piccole associazioni, gli stessi modelli, gli stessi stili
di lavoro, gli stessi paradigmi delle società del profitto. Antonietta,
nell'ultimo incontro che abbiamo avuto con lei a settembre, ha cominciato
dicendo: "Attenzione, noi viviamo in un sistema che è basato
sulla piramide, sulla gerarchia. Tutto è gerarchico, tutto è
messo in quest'ordine estremamente aggressivo e violento. Io in Bolivia
ho imparato la circolarità. Questa forte circolarità, che
possiamo proprio portarci dentro". Sembra possibile in qualche maniera
portarsi dentro questa circolarità, questo 'essere con', come diceva
suor Tarcisia. È la stessa tensione a cambiare la relazione con
gli altri, la relazione col mondo, la relazione con la nostra cultura.
Lei ci dice, e lo dice parlando di sé: la nostra cultura europea
è tremenda, affrettata, forte, che presume di sapere sempre tutto.
Allora questo invito ad assumere nelle nostre relazioni una dimensione
di circolarità: nella famiglia, nella scuola, nel lavoro con i
collaboratori più vicini, riuscire a fare dei piccoli cambiamenti.
Che non sono risposte affrettate, ma sono tentativi di capovolgere le
nostre prospettive.
Quando alcuni anni fa ci vedemmo a Firenze con Antonietta, lei ad un certo
punto disse: "Bisogna mettersi con la testa per terra e i piedi in
alto", e si mise così, un po' scherzosamente, "perché
bisogna proprio rovesciare la prospettiva che abbiamo". Io credo
che oggi la nostra cultura europea, occidentale, del Nord, sia arrivata
ad una sorta di estremo e se non riusciamo a fare questi cambiamenti,
come tu hai proposto, cercando questo dello stile di vita, che si ispira
in qualche modo ai cosiddetti perdenti dell'Africa, temo che per la nostra
Europa saranno tempi bui.
Riuscire a rompere questa prigionia di un sistema gerarchico è
una cosa forte e sono sicuro che si può fare.
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Anna
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Questa immagine
che Giorgio ha ricordato come suggerimento di Antonietta di metterci a
testa in giù mi ha fatto pensare a qualcosa cui si riferiscono
anche gli indiani d'America quando danno al pipistrello questo senso dell'animale-totem
per la rinascita, perché sta a testa in giù. Ed è
un rovesciamento che possiamo fare nelle nostre vite quotidiane. Noi quest'anno
al CIPAX stiamo cercando di essere più concreti possibile, proprio
perché forse come società occidentale siamo arrivati anche
troppo in là con la mente, questa mente che poi alla fine diventa
anche una gabbia, perché per tante soluzioni e per tante proposte
ci sono altrettanti dubbi e controproposte, quindi si entra nel labirinto
del mentale logico.
Quindi quando sento il suggerimento di cambiare la mia ottica rispetto
al mondo mi sembra una cosa terribile, non so da dove cominciare. Però
se invece, quando mi trovo in situazioni molto concrete della mia vita,
mi alleno a chiedermi: "Ma veramente questa cosa la devo fare per
forza così?", oppure: "È questo il modo di avvicinarmi
a questa realtà, a questa situazione (anche molto personale)?",
devo dire che come esperienza personale mi accorgo che mi vengono anche
delle risposte diverse, proprio dei cambiamenti di ottica, nel confrontarmi
con me stessa, con l'altro. Anche situazioni molto concrete, molto quotidiane,
anche molto banali, se vogliamo, dove però posso scoprire la mia
meccanicità, cioè che sto rispondendo nel modo di sempre,
quando invece è possibile un'altra risposta, anche una risposta
più attuale per la persona che sono oggi, con quello in cui credo.
Così il meccanismo in qualche modo si interrompe e c'è qualcosa
che si va espandendo: una cosa piccola piccola comincia a crescere. C'è
un po' di mistero, come diceva suor Tarcisia: avviene poi in qualche modo
miracoloso che anche cose piccole, insignificanti, hanno poi il significato
di interrompere un meccanismo.
L'altra cosa che mi fa piacere condividere è il silenzio. Mi sembra
che sia molto collegato, come dimensione profonda, alla possibilità
di non arrivare a questo 'breaking the spirit', a non rompere lo spirito.
Perché poi il silenzio è qualcosa che ci viene dalla tradizione
sia occidentale che orientale, quindi in fondo tutto il processo meditativo
invita al silenzio. O anche la preghiera. Io ho più pratica orientale,
sto seguendo il buddhismo zen, dove si tratta proprio di fare silenzio,
il silenzio della mente, sgombrarla da tutto questo chiacchiericcio. È
un silenzio nel quale ritrovo prima di tutto me stessa e salgono anche
alla coscienza dubbi
insomma tutto quello che può essere
un discorso di ascoltarmi, di ascoltare. Però la vedo come una
tradizione che ci unisce, oriente e occidente. Anche il fatto che in fondo
gli esseri più spirituali abbiano fatto pratica di silenzio qualcosa
evidentemente significa, cioè che è proprio nel silenzio
che noi riguadagnamo una profondità e anche una interezza personale;
e anche una capacità di collegarci con il tutto, di sentirci il
tutto, quindi l'interdipendenza, sentire che non siamo soli mai. L'interdipendenza
sia come responsabilità che come conforto. Anche nei momenti più
tragici, anche della nostra vita personale, so di non essere sola, ma
di essere veramente parte di una rete. Come simbolo di buone notizie possiamo
prendere la Rete di Indra, tutto il lavoro che fa Roberto Mander.
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Nicoletta
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Un commento
un po' rapido, qualche pennellata sulle cose che sono state dette e che
profondamente e largamente condivido.
A proposito di etre avec, prima parlavo di prossimità. Per me scegliere
di stare da quella parte non significa 'lavorare per', significa 'lavorare
con', sapendo che sono quelli i miei compagni di strada e vorrei essere
io per loro una compagna di strada credibile, affidabile. Quindi sicuramente
nello studio e nell'ascolto ci metto esattamente questo 'avec'.
Lo studio di cui parlo non è certamente lo studio intellettuale
della nostra società, ma proprio un calarsi dentro, un penetrare,
un liberarsi di preconcetti, di quegli schemi precostituiti, anche di
quei modelli di giudizio.
Ho avuto un'esperienza atroce lo scorso giugno. Mi sono ritrovata per
tre settimane in Angola e ho vissuto come donna e come madre una delle
più forti sberle esistenziali che si possano avere. Nonostante
mi occupi di Terzo Mondo dal '79, non ero mai entrata così direttamente
in contatto con la malnutrizione e con la morte per fame, quella che ti
dà una speranza di vita oggi, ora, ma che fra due ore potrebbe
portarti alla morte. Non voglio generalizzare, ma in quel contesto, (in
Angola), in quel momento (a giugno di quest'anno, ma so che la cosa continua),
ho scoperto che la vicenda del rapporto tra la vita e la morte, la possibilità
di continuare la vita e la possibilità di accettare la morte -
fisiologica, ma naturalmente oltre la fisicità c'è tutto
il resto - è una partita che si giocano le donne. Ed è una
partita che in Angola le donne si giocano in perfetta solitudine, perché
la maggior parte degli uomini ha combattuto, molte sono le vedove e molti
sono gli uomini che sono ancora reclutati dall'una o dall'altra forza.
E di fronte alla reazione delle donne; di fronte alla reazione delle madri
che abbandonavano il figlio che ormai aveva meno speranze di vita per
dedicarsi a quello che invece poteva rappresentare per loro il lusso del
futuro; di fronte alla storia di una donna che si ritrova con una figlia
morta e dopo due giorni con un nuovo figlio partorito; di fronte al silenzio,
al dondolio, al lamento di queste donne - io ho trovato che tutti i riferimenti
mi si scompaginavano completamente, se mi calavo e mi rapportavo alla
mia realtà di donna e di madre.
Quindi per me questo significa studio: significa proprio immergersi, cercare
di vivere questa dimensione anche accettando di non comprenderla, ma osservandola,
valutandola e poi cercando di tirarci fuori qualcosa.
Per me studio significa anche creatività. Significa che di fronte
alle sfide noi possiamo urlare
Io sono contro la guerra da sempre,
sono contro le armi ecc., però in questo momento noi possiamo urlare
tutto quello che vogliamo contro la guerra, ma se non studiamo invece
qualche tattica innovativa rispetto a queste nuove dimensioni di guerre
che prendono piede - due anni fa erano le guerre umanitarie, oggi sono
le guerre preventive - cioè se non ci fermiamo e studiamo e ragioniamo
e creiamo qualcosa che prenda di sorpresa l'interlocutore, io francamente
trovo che urliamo, gridiamo, ma facciamo solo chiasso. Facciamo l'altro
chiasso, con un segno diverso, ma è chiasso.
Non vuole essere mutismo, il mio, vuole essere il tentativo di dire: "OK,
dobbiamo certamente dire qualcosa, dobbiamo esprimere il nostro pensiero
su quello che sta succedendo, ma deve essere un pensiero pesante, uno
slogan che tenga conto della complessità della realtà, della
sempre maggiore complessità della realtà".
Faccio una breve parentesi. Oggi, lo sapete meglio di me, tutte quelle
che sono le regole, anche le regole della guerra, un certo modo da gentiluomini
di fare la guerra, sono completamente sovvertite. In Svizzera si pensa
di promuovere a gennaio una conferenza di revisione della Convenzione
di Ginevra, che (non so se spinta dagli Stati Uniti) intende prendere
atto della situazione attuale, per cui ormai uccidere i bambini, le donne,
i civili, non è più un crimine contro l'umanità.
Non so verso che cosa stiamo andando. Ma rispetto alla posta in palio,
credo che dobbiamo studiare per esercitare anche uno sforzo serio di creatività,
cioè dobbiamo riuscire a prendere di sorpresa. E guardate che prendere
di sorpresa paga. Gandhi insegna da questo punto di vista: prendere di
sorpresa paga. Quindi è una sfida che sento molto a livello personale,
essendo appunto da qualche tempo in trincea.
Credo che quello della stampa sia sicuramente mutismo. Credo che sia un
mutismo colpevole, sia un mutismo perfettamente condannabile e sia una
vergogna, sia un vero scandalo.
Credo che oggi quello che viviamo è il fallimento, è la
crisi delle democrazie liberali, di un certo tipo di democrazia come l'avevamo
concepita, è il sopravvento delle plutocrazie. Di fatto oggi viviamo
in sistemi plutocratici e in questo paese noi ne siamo la perfetta dimostrazione.
Ieri la scrittrice indiana diceva: "Io certo mi lamento perché
vedo la corruzione del paese dove vivo; vado in America e vedo un'amministrazione
in mano del petrolio; vengo qui e vedo un paese avanzato, la culla della
civiltà, dove di fatto c'è un presidente del consiglio che
ha in mano quasi quattro dei cinque poteri e sta conquistando anche il
quinto". Queste sono le cose con cui noi ci dobbiamo cimentare. E
su questo io credo che abbiamo molto da imparare da tutti quelli che ogni
giorno si battono, in India, in Ecuador, in Messico, in qualunque altra
parte del mondo, con una certa creatività per le loro battaglie,
perché anche qui dobbiamo uscire dagli schemi.
Sicuramente credo che il conflitto sia importante, questo non lo nega
nessuno. E guai se non ci fosse il conflitto, credo che il tormento sia
anche un modo di stare al mondo e anche un modo salutare di stare al mondo,
penso che voglia essere la cifra della nostra esistenza. Quello su cui
tenderei a non accontentarmi è che basta il tormento, che il tormento
di per sé mi fa stare tranquilla: siccome sono tormentato, dunque
mi pongo i problemi, dunque vedo la complessità dell'esistenza
Io credo che nella nostra vita quotidiana ci devono essere dei modi per
far sì che questo tormento diventi anche una pratica diversa. Uno
ci prova. Io per esempio trovo che i figli siano una sfida enorme, da
questo punto di vista, trovo che siano 'la' grande sfida, un po' in quest'ottica
della Potente del lusso del futuro, che mi piace molto, mi sembra molto
pertinente, e un po' perché i loro parametri sono assolutamente
diversi. Noi li abbiamo rimossi, li abbiamo dimenticati, quindi ci prendono
di sorpresa ogni volta. E questo loro prenderci di sorpresa fa sì
che i nostri sforzi debbano essere molto più attenti, che ci sia
quell'elemento di sorveglianza, di guardare dalle diverse prospettive,
di avere occhiali sempre mutevoli.
Io credo che appunto i figli, quello che si passa ai figli, quello che
si vuole seminare insieme a loro - non in un passaggio genitore-figlio,
ma come nucleo familiare - sia una strepitosa sfida. Una piccola vittoria?
Per esempio il fatto che mentre si lavano i denti non tengono l'acqua
aperta. Il fatto che ormai abbiano deciso che Mc Donald fa assolutamente
schifo, che non ha senso; che si pongano il problema e dicano agli altri
bambini: "Ma perché tu vai da Mc Donald? Tu non hai idea di
cosa fa Mc Donald", per il semplice motivo che abbattono le foreste
per metterci le mucche. Poi il fatto che mio figlio (e lo dico con un
certo orgoglio di madre) abbia deciso di scrivere a Bush, all'inizio di
quest'anno e sia rimasto molto deluso per il fatto che Bush non gli ha
risposto.
Secondo me sono piccoli segnali importanti, sui quali c'è semplicemente
il conversare quotidiano, c'è il fatto di capire perché
si sta in un posto dalla mattina alla sera piuttosto che in un altro.
Credo che per i miei figli (ma per molti di voi sicuramente) il fatto
di essere bianco, di essere africano, è assolutamente indifferente,
perché si va avanti vedendoli tutti insieme, vedendoli che si sta
vicini, vedendoli che ci si rapporta tra persone, non tra razze.
Però poi questo si scontra con tutta una dimensione scolastica.
Non so se avete la percezione che oggi i bambini dall'asilo hanno un loro
curriculum, quindi vengono depistati da quando sono all'asilo fino a quando
andranno all'università. Questo ce lo diceva l'altro giorno un
nostro amico alla presentazione dell'agenda. Andando a vedere, si scopre
che è veramente incredibile; e poi vivendola, come ci è
successo ieri sera, in riunioni di scuola: si parla continuamente di questi
curricula personali, laddove quello che emerge è l'individuo in
contrapposizione ad un concetto di socialità di classe. Quindi
si istiga alla competizione già da piccoli.
Queste sono le sfide con cui ci dobbiamo imbarcare: piccolissime ma enormi,
perché fa la differenza se a scuola si insegna l'educazione stradale
e scompare completamente l'educazione alla pace, l'intercultura; nel momento
in cui nella classe ci sono 3-4 persone di provenienze diverse, è
lì che ci dobbiamo cimentare ed è lì che anche si
tratta di 'essere con'. Con l'africano lo si può fare semplicemente
lavorando sulla classe prima elementare di tuo figlio.
Perché poi alla fine, ieri lo si diceva, le dighe del Narmada sono
una faccia della medaglia. L'altra faccia della medaglia è il fatto
che i primi costruttori di dighe al mondo sono gli italiani, con la FIAT;
il fatto che in questo momento la FIAT Impresit si imbarca in imprese
gigantesche tra le quali una in Kurdistan, insistendo in un progetto che
la Banca Mondiale ha abbandonato nell'84 - un progetto tra l'altro finanziato
da noi, perché tutto il rischio imprenditoriale è finanziato
da noi cittadini che paghiamo le tasse, attraverso il Ministero del Tesoro
e la SACE; il fatto che la FIAT riponga là i grandi investimenti
e consideri a un certo punto irrilevante o forse secondario l'idea di
un esubero di 8000 famiglie, ecco, tutti questi fatti sono l'altra faccia
della stessa medaglia.
Quindi è importante la consapevolezza che un mondo diverso deve
essere possibile, è possibile, ed è una necessità
per tutti. Nello stesso momento in cui non sono mai solo, c'è un
conforto universale. Questa è una consapevolezza di cui si parla
da tanto, ma adesso la si tocca veramente con mano, è diventata
decisamente più tangibile negli ultimi anni.
Parlando di salute, è chiaro che nel momento in cui comincio ad
erodere pesantemente il diritto alla salute per gli africani del Centro
Africa, che non contano niente, da un punto di vista di economia, io instauro
una prassi che toccherà, che sta toccando, le fasce più
deboli e meno interessanti dal punto di vista economico anche nel nostro
paese. Quindi con questo dobbiamo fare i conti.
Sono d'accordo che dobbiamo fare una lotta furiosa, nel senso di creativa:
la nostra furia si deve scatenare nella creatività.
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