Il nostro stile di vita a confronto con la Giustizia

Cantiere CIPAX 2002-2003
Incontro con Nicoletta Dentico, Medici Senza Frontiere


Giorgio Piacentini


È con un po' di emozione che vi parlo per inaugurare il nuovo ciclo di incontri, di fronte a questo bellissimo mappamondo trasparente.
La nostra iniziativa parte da due stimoli.
Primo. Alcuni partecipanti dicono: "Bellissimi i vostri incontri del CIPAX, sono proprio interessanti; però poi quando torno a casa, continuo la mia vita esattamente come prima, non c'è possibilità di tradurre in concreto quello di cui discutiamo qui". Questa impressione la viviamo tutti.
Secondo. Antonietta Potente nell'incontro di Lamezia Terme (1), di cui stiamo per pubblicare la trascrizione, ci ha detto, tra l'altro, che ciò che conta è la concretezza, la quotidianità, quello che riusciamo a fare ogni giorno della nostra vita. In Bolivia, il paese in cui vive non pensano mai al futuro, perché è una cosa da ricchi. Il passato è ormai un'anticaglia, quindi è solo qui, ora, nel presente, che possiamo vivere.
Da queste due tensioni è nato il progetto. L'idea è quella di concentrare i nostri incontri sul confronto tra il nostro concreto stile di vita quotidiana con gli ideali che guidano il CIPAX, cioè giustizia, pace e salvaguardia del creato.
Questa sera abbiamo la fortuna di cominciare con Nicoletta Dentico. Per quello che so io (poi lei ci racconterà qualcosa di più) è passata da Mani Tese alla Campagna contro le Mine, adesso a Medici Senza Frontiere, testimoniando un impegno continuo di forza, di passione politica, di passione per la giustizia. Di questo ci parlerà questa sera.

Nicoletta Dentico

Ho la fortuna di essere qui stasera, dopo tanto tempo. Per me questo è uno dei luoghi dove si sta bene, dove ci si sente in pace, e questa è una grande fortuna.
Ho anche la fortuna di essere la prima a parlare, quindi non ho nessun elemento di confronto. Voi avrete lo sguardo, poi avrete il giudizio. Ci penserete voi al giudizio successivamente, anche in relazione alle altre persone che verranno a parlare.
Ho parlato oggi con Giorgio per cercare di mettere a fuoco il taglio di questa sera. Non so dove andrò a parare. L'unica cosa che so è che con voi mi piacerebbe molto rendere problematiche le cose che vede una persona che viene presentata sottolineandone l'impegno, la passione…
Guardando il mio curriculum professionale in un certo senso potrei stare tranquilla e invece non mi sento tranquilla per niente e quando cominciamo a parlare di 'stili di vita', piuttosto che di 'scelte di vita', comincio a muovermi con difficoltà.
Personalmente sono giornalista e non ho mai pensato di sviluppare questo mestiere in una redazione in cui qualcuno mi imponesse sul capo cosa dovevo scrivere e di cosa dovevo occuparmi; l'ho fatto qualche anno ma soltanto per imparare il mestiere, per poi essere riconosciuta in quanto tale. Quindi per me la scelta di seguire un percorso dedicato alle tematiche del Terzo Mondo, alle tematiche dell'ingiustizia, del divario tra Nord e Sud, è stata una scelta in un certo senso da sempre, perché ho cominciato abbastanza presto e perché sono stata estremamente fortunata di trovare lungo la mia strada persone che non so se oggi si trovano più, come un presidente di Mani Tese che quasi trent'anni fa risponde a una tredicenne che gli invia una lettera scritta a mano e si prende la briga di dare un riscontro a un desiderio giovanile (cosa che nell'era di internet forse non succede più).
Da quella risposta e da quell'incoraggiamento è partita la mia storia con Mani Tese, che per me resta la mamma. Anche la Campagna Mine è una cosa che si continua a portare avanti. Quindi non vorrei dare un' immagine frammentata, di un passare da una cosa all'altra, quasi per far carriera: in realtà è una valigia piena di tutte queste cose, che sono ancora tutte lì, ancora tutte dentro di me.
Dunque il mio percorso parte da quando ero abbastanza giovane e va in una certa direzione, sicuramente mi posso sentire in una linea di coerenza con le scelte di vita che ho fatto. Non credo che ci possano essere, arrivata alla santa età di 41 anni, grandi sgrullate di testa, tanto da trovarmi magari in una multinazionale del profitto: non mi ci vedo. Dunque, non credo che ci saranno deviazioni rispetto a questa scelta.
Ma pensando agli stili di vita comincio davvero ad avere un sacco di difficoltà, perché ho avuto la fortuna di mettermi a confronto, in maniera molto diretta, con l'abissale divario tra gli stili di vita che noi scegliamo, e gli stili di vita imposti a tre quarti dell'umanità; quindi il divario tra quelli che sono i paesi ricchi e sviluppati e quelli che chiamiamo i paesi in via di sviluppo, ma che io preferisco chiamare i paesi travolti dallo sviluppo altrui.
Una volta tornata a casa, questo confronto comporta una grave difficoltà e un grave turbamento, comporta la quasi assiomatica certezza che quelle scelte saranno mantenute, ma sugli stili c'è tanta difficoltà. La avverto anche negli stili del lavoro, negli stili della vita quotidiana.
Forse mi cogliete in un momento in cui sono particolarmente in crisi o particolarmente stanca, però mi voglio mettere in gioco a tutto tondo, senza pretese professionali: qui stiamo parlando tra persone e non tra ruoli.
Allora voglio dirvi che mi ritrovo da circa un anno a riflettere sul fatto che mi sento impegnata, a un certo livello di responsabilità, in un'organizzazione umanitaria, che però rischia di essere poco umana, rischia di essere freneticamente coinvolta in una logica di produzione, in una logica di obiettivi da raggiungere, in una logica che insomma declina nel non profitto esattamente gli stessi paradigmi, le stesse modalità del profitto.
Questa caratteristica non riguarda soltanto una multinazionale dell'umanitario come la mia - dove tuttavia devo ammettere che c'è lo sforzo di tenere vivo l'aspetto umano, perché ci sono i momenti in cui ragioniamo molto di questo (cosa che non credo si faccia nelle aziende) - ma temo che si sia infiltrata pericolosamente anche nelle realtà più antiche e nelle realtà più piccole, dove in un certo senso c'è meno visibilità, c'è una posta in gioco meno alta.
Il motivo del mio ritardo stasera è dovuto al fatto che, come probabilmente avrete appreso dai giornali, i ceceni che hanno sequestrato molte persone a Mosca hanno chiesto a Medici Senza Frontiere di fare da mediatori, cosa che evidentemente non è semplice. Non so se lo fanno perché da due mesi hanno in mano un nostro capo missione olandese di cui non sappiamo assolutamente niente. Da due mesi stiamo smuovendo questo mondo e quell'altro, da Washington all'Unione Europea, da Mosca a non so cosa (perché neanch'io credo di avere l'esatta percezione di cosa si stia muovendo), fatto sta che hanno chiesto a noi e alla Croce Rossa Internazionale di agire da mediatori. Ovviamente non si può dire di no, perché la posta in palio è di parecchie vite e forse c'è anche una possibilità di riottenere il nostro capo missione, e questo vi dice qualcosa sulle materie con cui ci troviamo quotidianamente a lavorare.
Si tratta dell'ordinaria emergenza, situazioni di questo tipo succedono spesso e ci troviamo tutti i giorni a vivere queste sfide. Per esempio, due giorni fa è arrivata la risposta molto negativa del governo angolano alla nostra denuncia di corruzione e di insipienza da parte delle Nazioni Unite.
L'organizzazione a cui appartengo, e per la quale sto lavorando, sicuramente ha un coraggio che altri ritengo non abbiano; quindi c'è una posta in palio molto alta, con un'assunzione forte di responsabilità del proprio ruolo e del proprio mandato. Ma nella realtà quotidiana c'è un rischio pelosissimo e penosissimo: quello di tramutare queste grandi sfide in una sorta di trituramento delle persone. Io sento profondamente che questa eresia del fare, questa eresia dell'agire, svuota. E svuota come persone, per cui anche la scelta a questo punto sta entrando non dico in un momento di disorientamento - perché, ripeto, la scelta di fondo è quella - ma la modalità di attuare questa scelta in questo momento mi lascia francamente un po' inquieta e perplessa e implica un livello di problemi che vorrei veramente condividere con voi con molta sincerità.
È ovvio che si cresce: da Mani Tese - coi campi di lavoro, dove c'è un entusiasmo assolutamente fondamentale, che spero che non si sia perso nella maniera di formare i giovani oggi - a una serie di impegni personali che aumentano le responsabilità; ma nel momento della responsabilità uno si espone e si fa molte più domande anche rispetto alla coerenza di queste responsabilità.
Quindi vengo qui di fronte a voi e di fronte a questo mondo priva di certezze ed estremamente incapace di trovare delle ricette concrete, delle ricette minimamente vendibili, se non la problematicità di questa situazione.
Ieri sera ho partecipato a un incontro bellissimo con Arundati Roy, una donna straordinaria, una scrittrice che fa veramente vibrare. C'era il suo intervento e un film che è stato presentato a Torino, intitolato Dam Age, in cui c'era un gioco di parole tra 'damn', maledizione e 'dam', dighe, che sono effettivamente una maledizione, non solo in India, dove lei a un certo punto racconta la sua storia (sapete che è stata perseguita per oltraggio alla Suprema Corte). A un certo punto ha detto una cosa che mi ha colpito profondamente: "Di fronte alle grandi sfide globali dobbiamo globalizzare il dissenso. Io sento che il mio ruolo è quello di mettere la capacità di comunicazione che ho acquisito al servizio di questa causa dei pescatori più poveri, che combattono da anni, ma che devono in qualche modo avere una voce più vibrata, più sofisticata anche, che faccia parlare di loro".
Nel momento in cui si è ritrovata con una sentenza sul capo e un processo in corso, ha deciso di pagare immediatamente la cauzione perché, ha detto testualmente "ho scoperto che il sacrificio non è la mia vocazione".
Credo che questa sia una frase che vale anche per molti di noi (vale sicuramente per me), che pure siamo impegnati, siamo in trincea. Io mi ci sento molto in questa trincea e non ne potrei, né vorrei, uscire, perché con tutto il mio cahier de doléance credo che se ne uscissi per qualche settimana mi sentirei un po' male (forse questa è una forma di nevrosi, di delirio di onnipotenza), però effettivamente io non mi sento il coraggio, la vocazione al sacrificio, se non un sacrificio che sia entro un perimetro accettabile. Forse si tratta di un sacrificio che può diventare molto o anche troppo gratificante.
Questo fa emergere il problema che voglio porre con estrema franchezza di un certo modo di fare azione umanitaria, di fare società civile in questo momento: si tratta davvero di sacrificio - seppur accettabile - di sé o di esaltazione?
Tornando a Arundati Roy e al suo discorso di ieri sera, lei diceva un'altra cosa molto bella: "Ciò che effettivamente sta succedendo è the breaking of the spirit, cioè stiamo rompendo lo spirito, stiamo disarticolando un certo spirito. E qualunque sia la valenza che vogliamo dare allo spirito, credo che effettivamente, sia a livello globale, sia a livello di lavoro, sia a livello individuale, questa sia una delle incongruenze, delle contraddizioni che vivo.
Ci può essere molto impegno, ci può essere anche molta passione - e francamente credo di averla, per carattere - però uno si chiede, riprendendo le parole di Antonietta Potente del giorno per giorno, della quotidianità, del presente e dell'ora, se veramente si riesce a essere testimoni di qualcosa di diverso, cioè a essere veramente portatori di un altro mondo, un modo diverso (per rispettare lo slogan 'un altro mondo è possibile').
Io non lo so. Portiamo sicuramente avanti delle istanze importantissime, portiamo avanti delle rivendicazioni fenomenali di giustizia, di questo siamo tutti assolutamente convinti. Parliamo dell'Angola, parliamo della Cecenia. Credo anzi che questo lavoro maledettamente trituri perché non c'è una cosa che non sia assolutamente interessante, che non ti prenda dentro fino in fondo per tutti i riflessi che ha.
Stiamo lavorando sulla questione dell'accesso alla salute. Non riesco a raccontarvi le implicazioni d'ingiustizia, la più becera, la più bieca, ma peraltro affrontabili e quindi alle quali vorresti porre mano. E anche lo scandalo, il senso di profonda rabbia che ti prende vedendo come si comportano questi autorevoli attori internazionali o questi ammirati e rispettati signori dell'imprenditoria globale: c'è un livello planetario di malafede, di voluta omissione di soccorso.
Ma mi chiedo se noi riusciamo a portare davvero questo anelito profondo di giustizia in una maniera che faccia di noi degli strumenti di pace, di giustizia, di perdono, di conciliazione, degni di un mondo diverso. Per dirlo con altre parole: se riusciamo nel nostro quotidiano, pur nel cuore dell'impegno, a rappresentare una società diversa. Oppure se noi stessi non facciamo altro che declinare gli stessi modelli di comportamento, pur dandoci una giustificazione etica che altri non si preoccupano affatto di darsi. Tutti noi, in qualche modo, abbiamo mutuato gli stessi paradigmi e siamo stati presi dall'imposizione di questo tipo di modello. Su questo, francamente, ho molti dubbi e poche certezze
Quello che mi sento di dire, a conclusione di questa logorroica dissertazione a braccio, è che c'è invece un grande bisogno di silenzio. C'è molto bisogno di studio e di silenzio, perché c'è molta confusione, molto parlare a voce alta, molto vociare. E dico questo anche riferendomi ai movimenti, alle istanze sacrosante e giustissime, che vengono portate avanti, alla parte da salvare e da incoraggiare della globalizzazione, cioè alla globalizzazione delle relazioni, delle società civili, delle rivendicazioni. Ed è per questo che nasce un grande sentimento di frustrazione e di amarezza.
Oggi leggevo un intervento di Sabina Siniscalchi, di Mani Tese. Diceva che anche lavorando sul terreno, anche facendo un piccolo progetto (trent'anni fa si diceva micro-realizzazione), anche facendo queste cose a livello di multinazionale dell'umanitario (come lo fa Medici Senza Frontiere), c'è la sensazione che sia difficile pensare a un futuro, che il futuro sia davvero un lusso.
Non vorrei che questo portasse, in maniera semplicistica, a dire che non c'è speranza. No, la speranza ci deve essere, perché questo mondo lo facciamo noi, e questo passa attraverso gli stili, attraverso le scelte, è indubitabile; ma sicuramente dobbiamo anche rivedere i nostri impegni alla luce del fatto che il futuro è un lusso e che quindi, come tutti i lussi, devono vederci oggi preparati a non dare assolutamente niente per scontato. Neanche la nostra personale gratificazione di fare quello che facciamo, come persone impegnate.
Io credo che sia questa la cosa che personalmente avverto di più. I giochi sono duri. Stiamo attenti a non fare del concetto di parlare per quelli che non hanno voce un alibi, per cui la voce ce la teniamo solo noi. Stiamo attenti a fare in modo che quando parliamo e diamo voce anche agli slogan, abbiamo veramente il mandato e la legittimità per farlo.
E secondo me la legittimità per parlare per chi non ha voce, o comunque per enunciare slogan, richiede molto silenzio, molto ascolto, molto studio di coloro dei quali pensiamo di perorare la causa. Quindi molta prossimità, per usare un termine che mi sembra rappresenti meglio questo atteggiamento. Questa forse è l'esperienza che Antonietta Potente elabora, proprio basandosi sulla vicinanza ai piccoli, agli ultimi, agli umili, che sono poi i più grandi maestri di vita, i più grandi maestri di saggezza. Sono secondo me l'unica risorsa per immaginare la costruzione di un altro mondo.
Oggi è di moda l'afro-pessimismo, questa rappresentazione voyeuristica di un'Africa senza speranza. Credo che la mia organizzazione contribuisca molto a questa rappresentazione di popolazioni denutrite, di vittime che sembra non abbiano futuro se non grazie all'intervento umanitario (che è una grande bugia di questo nuovo millennio), per cui si diventa eroi noi qua, non quelli che vivono ogni giorno la sfida di una vita normale, che sembra il più grande lusso che si possano permettere, ogni giorno, nel presente, senza neanche immaginare il futuro.
Per controbattere questo afro-pessimismo di una rappresentazione voyeuristica delle sofferenze dell'Africa, e anche l'idea che comunque gli africani non si potranno mai svilupparsi perché non hanno proprio i geni dello sviluppo come lo intendiamo noi, io insisto invece che il grande know-how, la grande capacità, la grande ingegneria degli africani è di riuscire con quasi niente a fare cose assolutamente grandi. Per cui auspico un colonialismo africano nei nostri confronti, visto che per la più banale difficoltà logistica o personale noi andiamo in panne, entriamo in stress. Invece dovremmo proprio imparare da loro.
Quindi la vera scelta è quella di essere da quella parte. È vero che la realtà è sempre più complessa, sempre più problematica, sempre più articolata di quanto noi la si rappresenti e quindi anche questa rappresentazione così manichea tra buoni e cattivi convince fino a un certo punto: però una scelta di parte si deve fare. E per quanto mi riguarda la scelta è con quella gente là che mi deve colonizzare, è con quella gente, con quelle donne, con quei bambini, con quegli uomini, che stanno a battagliare davanti alla corte suprema indiana per la diga del Narmada, o per la terra a Nairobi, o per l'accesso alle cure in Sudafrica, o per l'accesso alla terra e all'istruzione in America Latina. Ma lo stile deve essere centrato sull'ascolto, sullo studio e sul silenzio.

 


DISCUSSIONE

Roberto

Il tuo intervento mi è sembrato non solo molto vero, ma anche molto condivisibile, ti ho sentito molto vicina, stiamo parlando e ragionando sulle stesse cose. E la cosa bella - perché dà verità alle cose che si sono dette - è che dieci anni fa, forse anche meno, una riflessione di questo tipo era roba da marziani. Mi sembra che siano proprio gli eventi, la nostra storia, il modo in cui comunque facciamo le cose che si vada affinando, che ci sia come un percorso di maggiore sensibilità, di purificazione, se vogliamo usare una parola grossa. Anch'io da giovane ho avuto passioni forti di cambiamento sociale; poi man mano questa passione è rimasta, cioè la valigia è rimasta sempre quella, con quei contenuti, con quei valori, con quelle speranze, però c'è questo qualcosa di nuovo. Io credo che il dato importante - e mi piace come Nicoletta l'ha definito: questa problematicità - cioè lo stile di vita, stia diventando di fatto un punto cruciale: da tante parti e in tante lingue stiamo parlando di stile di vita. Io noto come sia immediata la nostra reazione mentale di voler dare immediatamente una risposta su quale sia lo stile di vita giusto. Ecco il kit completo dello stile di vita giusto: banca etica, commercio equo e solidale...: tutte cose bellissime, importantissime, anche queste impensabili forse dieci anni fa e frutto proprio di quel lavoro, di quelle arature, di quelle sofferenze che tutto ciò ha comportato in passato. Il voler immediatamente saltare nella risposta giusta mi sembra vecchio, è il pezzo di vecchio che ci stiamo portando ancora dietro. Credo che questo sia un momento in cui con questa problematicità dobbiamo imparare a convivere. E la problematicità è fatta appunto di ascolto, di silenzio e anche di studio, perché non sono cose così scontate.

suor Tarcisia

Io sono una missionaria comboniana. Sono contenta di essere qui e credo che questa condivisione sia provvidenziale.
Tu dicevi: lo stile è la scelta di essere da quella parte. E io scrivendo ho aggiunto un'altra frase: 'etre avec', cioè 'essere con'. Io vengo dall'esperienza del Centro Africa, dove ho trascorso sette anni. Questo è ciò che ho imparato: si va in Africa, quando si è giovani, con l'entusiasmo di voler fare chissà che cosa; poi invece ti rendi conto che con tutte le difficoltà che ci portiamo, della lingua, della cultura, delle tradizioni proprie, non sei nessuno e se vuoi rimanere, la gente stessa ti insegna come rimanere. E io sintetizzo questo con questa espressione: 'essere con'. Io ero convinta di andare in Africa 'per': devo andare a 'lavorare per' e quindi devo 'stare dalla parte di'. Intanto c'è una cosa che non ci possiamo togliere, che è il colore della pelle; e anche se ti metti la cromatina nera nera e l'abbronzate sei sempre bianco, in mezzo a tanti fratelli africani neri. L'esperienza che ho fatto mi ha portato a dire: o imparo a stare con…
Un esempio: stare con può essere anche solo accettare l'odore del sudore. Io ricordo che i primi tempi facevamo fatica. Ma la gente ci dice: quando tu avrai imparato a stare vicino a me, a non allontanarti, e quando il tuo sudore si unisce al mio sudore e tu lo accetti, e il mio sudore diventa parte del tuo e te lo porti dietro, già questo ti fa stare con.
Ti ringrazio, Nicoletta, per questa bella testimonianza.
Ecco, io vorrei veramente che il Signore ci aiutasse a essere tutti strumenti per vivere questo mistero.

Intervento

Il silenzio, lo studio… Sì, ma forse abbiamo studiato abbastanza, direbbe Marx: molto lo abbiamo studiato e adesso è venuta l'ora di trasformarlo. Per esempio, tu sei giornalista. Io credo che il peccato più grande che ci sia in Italia adesso è che i giornalisti stanno zitti. È ora di gridare. Sì, il silenzio ognuno se lo può fare per conto suo, ma ci sono delle ore in cui bisognerebbe gridare queste cose e nessuno le dice. Io non accendo più neanche la televisione, la sera, ma non per protestare, ma perché proprio non dice niente; bisogna andare dopo le 11 per trovare un programma decente, ma io al mattino mi alzo alle 5 e mezza per andare a lavorare, non è che posso vedere i programmi sul tardi. Quindi penso che voi giornalisti avete delle responsabilità enormi, in questo senso.
Il discorso dell'odore, che faceva Suor Tarcisia, mi ha ricordato che i neri dicono che noi puzziamo di morto. Loro puzzano di formiche, di una cosa selvatica. È veramente difficile stare loro vicino, però diceva Sant'Agostino, quando gli chiesero una definizione estemporanea dell'amore: "Volo ut sis", cioè: "Io voglio che tu sia quello che sei", ossia: io ti piglio così come sei.

Giorgio

Mi sono piaciute molto le cose che hai detto all'inizio, questo sentirti in pace quando vieni qui; quindi, mi è venuto forte il desiderio di potertene offrire ancora di più di questa 'pace', sentendoti così presa, così sottoposta allo stress per il lavoro che fai.
E mi è piaciuto quello che hai detto sui modelli a cui si ispirano anche le nostre piccole associazioni, gli stessi modelli, gli stessi stili di lavoro, gli stessi paradigmi delle società del profitto. Antonietta, nell'ultimo incontro che abbiamo avuto con lei a settembre, ha cominciato dicendo: "Attenzione, noi viviamo in un sistema che è basato sulla piramide, sulla gerarchia. Tutto è gerarchico, tutto è messo in quest'ordine estremamente aggressivo e violento. Io in Bolivia ho imparato la circolarità. Questa forte circolarità, che possiamo proprio portarci dentro". Sembra possibile in qualche maniera portarsi dentro questa circolarità, questo 'essere con', come diceva suor Tarcisia. È la stessa tensione a cambiare la relazione con gli altri, la relazione col mondo, la relazione con la nostra cultura. Lei ci dice, e lo dice parlando di sé: la nostra cultura europea è tremenda, affrettata, forte, che presume di sapere sempre tutto.
Allora questo invito ad assumere nelle nostre relazioni una dimensione di circolarità: nella famiglia, nella scuola, nel lavoro con i collaboratori più vicini, riuscire a fare dei piccoli cambiamenti. Che non sono risposte affrettate, ma sono tentativi di capovolgere le nostre prospettive.
Quando alcuni anni fa ci vedemmo a Firenze con Antonietta, lei ad un certo punto disse: "Bisogna mettersi con la testa per terra e i piedi in alto", e si mise così, un po' scherzosamente, "perché bisogna proprio rovesciare la prospettiva che abbiamo". Io credo che oggi la nostra cultura europea, occidentale, del Nord, sia arrivata ad una sorta di estremo e se non riusciamo a fare questi cambiamenti, come tu hai proposto, cercando questo dello stile di vita, che si ispira in qualche modo ai cosiddetti perdenti dell'Africa, temo che per la nostra Europa saranno tempi bui.
Riuscire a rompere questa prigionia di un sistema gerarchico è una cosa forte e sono sicuro che si può fare.

Gianni

Penso che il richiamo al silenzio sia un richiamo molto impegnativo. Io in questi giorni ho un amico che sottolinea molto la differenza che c'è tra il silenzio e il mutismo. Il mutismo è più comodo, è di fuga e forse anche si può camuffare, si può rivestire di silenziosità. Il silenzio lo sento molto difficile, però necessario.
E d'altra parte anche tra di noi rischiamo di restare muti. Qui stasera siamo pochissimi: abbiamo mandato in giro molti avvisi, un migliaio di e-mail a persone con le quali siamo almeno in comunicazione telematica.
Mi sono commosso per quello che diceva Nicoletta, condivido queste ricerche, queste difficoltà, questi interrogativi, rispetto ai quali, credo sia importante non tanto dare una risposta definitiva, ma continuare a cercare e cercare insieme.

Anna

Questa immagine che Giorgio ha ricordato come suggerimento di Antonietta di metterci a testa in giù mi ha fatto pensare a qualcosa cui si riferiscono anche gli indiani d'America quando danno al pipistrello questo senso dell'animale-totem per la rinascita, perché sta a testa in giù. Ed è un rovesciamento che possiamo fare nelle nostre vite quotidiane. Noi quest'anno al CIPAX stiamo cercando di essere più concreti possibile, proprio perché forse come società occidentale siamo arrivati anche troppo in là con la mente, questa mente che poi alla fine diventa anche una gabbia, perché per tante soluzioni e per tante proposte ci sono altrettanti dubbi e controproposte, quindi si entra nel labirinto del mentale logico.
Quindi quando sento il suggerimento di cambiare la mia ottica rispetto al mondo mi sembra una cosa terribile, non so da dove cominciare. Però se invece, quando mi trovo in situazioni molto concrete della mia vita, mi alleno a chiedermi: "Ma veramente questa cosa la devo fare per forza così?", oppure: "È questo il modo di avvicinarmi a questa realtà, a questa situazione (anche molto personale)?", devo dire che come esperienza personale mi accorgo che mi vengono anche delle risposte diverse, proprio dei cambiamenti di ottica, nel confrontarmi con me stessa, con l'altro. Anche situazioni molto concrete, molto quotidiane, anche molto banali, se vogliamo, dove però posso scoprire la mia meccanicità, cioè che sto rispondendo nel modo di sempre, quando invece è possibile un'altra risposta, anche una risposta più attuale per la persona che sono oggi, con quello in cui credo. Così il meccanismo in qualche modo si interrompe e c'è qualcosa che si va espandendo: una cosa piccola piccola comincia a crescere. C'è un po' di mistero, come diceva suor Tarcisia: avviene poi in qualche modo miracoloso che anche cose piccole, insignificanti, hanno poi il significato di interrompere un meccanismo.
L'altra cosa che mi fa piacere condividere è il silenzio. Mi sembra che sia molto collegato, come dimensione profonda, alla possibilità di non arrivare a questo 'breaking the spirit', a non rompere lo spirito. Perché poi il silenzio è qualcosa che ci viene dalla tradizione sia occidentale che orientale, quindi in fondo tutto il processo meditativo invita al silenzio. O anche la preghiera. Io ho più pratica orientale, sto seguendo il buddhismo zen, dove si tratta proprio di fare silenzio, il silenzio della mente, sgombrarla da tutto questo chiacchiericcio. È un silenzio nel quale ritrovo prima di tutto me stessa e salgono anche alla coscienza dubbi… insomma tutto quello che può essere un discorso di ascoltarmi, di ascoltare. Però la vedo come una tradizione che ci unisce, oriente e occidente. Anche il fatto che in fondo gli esseri più spirituali abbiano fatto pratica di silenzio qualcosa evidentemente significa, cioè che è proprio nel silenzio che noi riguadagnamo una profondità e anche una interezza personale; e anche una capacità di collegarci con il tutto, di sentirci il tutto, quindi l'interdipendenza, sentire che non siamo soli mai. L'interdipendenza sia come responsabilità che come conforto. Anche nei momenti più tragici, anche della nostra vita personale, so di non essere sola, ma di essere veramente parte di una rete. Come simbolo di buone notizie possiamo prendere la Rete di Indra, tutto il lavoro che fa Roberto Mander.

Nicoletta

Un commento un po' rapido, qualche pennellata sulle cose che sono state dette e che profondamente e largamente condivido.
A proposito di etre avec, prima parlavo di prossimità. Per me scegliere di stare da quella parte non significa 'lavorare per', significa 'lavorare con', sapendo che sono quelli i miei compagni di strada e vorrei essere io per loro una compagna di strada credibile, affidabile. Quindi sicuramente nello studio e nell'ascolto ci metto esattamente questo 'avec'.
Lo studio di cui parlo non è certamente lo studio intellettuale della nostra società, ma proprio un calarsi dentro, un penetrare, un liberarsi di preconcetti, di quegli schemi precostituiti, anche di quei modelli di giudizio.
Ho avuto un'esperienza atroce lo scorso giugno. Mi sono ritrovata per tre settimane in Angola e ho vissuto come donna e come madre una delle più forti sberle esistenziali che si possano avere. Nonostante mi occupi di Terzo Mondo dal '79, non ero mai entrata così direttamente in contatto con la malnutrizione e con la morte per fame, quella che ti dà una speranza di vita oggi, ora, ma che fra due ore potrebbe portarti alla morte. Non voglio generalizzare, ma in quel contesto, (in Angola), in quel momento (a giugno di quest'anno, ma so che la cosa continua), ho scoperto che la vicenda del rapporto tra la vita e la morte, la possibilità di continuare la vita e la possibilità di accettare la morte - fisiologica, ma naturalmente oltre la fisicità c'è tutto il resto - è una partita che si giocano le donne. Ed è una partita che in Angola le donne si giocano in perfetta solitudine, perché la maggior parte degli uomini ha combattuto, molte sono le vedove e molti sono gli uomini che sono ancora reclutati dall'una o dall'altra forza. E di fronte alla reazione delle donne; di fronte alla reazione delle madri che abbandonavano il figlio che ormai aveva meno speranze di vita per dedicarsi a quello che invece poteva rappresentare per loro il lusso del futuro; di fronte alla storia di una donna che si ritrova con una figlia morta e dopo due giorni con un nuovo figlio partorito; di fronte al silenzio, al dondolio, al lamento di queste donne - io ho trovato che tutti i riferimenti mi si scompaginavano completamente, se mi calavo e mi rapportavo alla mia realtà di donna e di madre.
Quindi per me questo significa studio: significa proprio immergersi, cercare di vivere questa dimensione anche accettando di non comprenderla, ma osservandola, valutandola e poi cercando di tirarci fuori qualcosa.
Per me studio significa anche creatività. Significa che di fronte alle sfide noi possiamo urlare… Io sono contro la guerra da sempre, sono contro le armi ecc., però in questo momento noi possiamo urlare tutto quello che vogliamo contro la guerra, ma se non studiamo invece qualche tattica innovativa rispetto a queste nuove dimensioni di guerre che prendono piede - due anni fa erano le guerre umanitarie, oggi sono le guerre preventive - cioè se non ci fermiamo e studiamo e ragioniamo e creiamo qualcosa che prenda di sorpresa l'interlocutore, io francamente trovo che urliamo, gridiamo, ma facciamo solo chiasso. Facciamo l'altro chiasso, con un segno diverso, ma è chiasso.
Non vuole essere mutismo, il mio, vuole essere il tentativo di dire: "OK, dobbiamo certamente dire qualcosa, dobbiamo esprimere il nostro pensiero su quello che sta succedendo, ma deve essere un pensiero pesante, uno slogan che tenga conto della complessità della realtà, della sempre maggiore complessità della realtà".
Faccio una breve parentesi. Oggi, lo sapete meglio di me, tutte quelle che sono le regole, anche le regole della guerra, un certo modo da gentiluomini di fare la guerra, sono completamente sovvertite. In Svizzera si pensa di promuovere a gennaio una conferenza di revisione della Convenzione di Ginevra, che (non so se spinta dagli Stati Uniti) intende prendere atto della situazione attuale, per cui ormai uccidere i bambini, le donne, i civili, non è più un crimine contro l'umanità.
Non so verso che cosa stiamo andando. Ma rispetto alla posta in palio, credo che dobbiamo studiare per esercitare anche uno sforzo serio di creatività, cioè dobbiamo riuscire a prendere di sorpresa. E guardate che prendere di sorpresa paga. Gandhi insegna da questo punto di vista: prendere di sorpresa paga. Quindi è una sfida che sento molto a livello personale, essendo appunto da qualche tempo in trincea.
Credo che quello della stampa sia sicuramente mutismo. Credo che sia un mutismo colpevole, sia un mutismo perfettamente condannabile e sia una vergogna, sia un vero scandalo.
Credo che oggi quello che viviamo è il fallimento, è la crisi delle democrazie liberali, di un certo tipo di democrazia come l'avevamo concepita, è il sopravvento delle plutocrazie. Di fatto oggi viviamo in sistemi plutocratici e in questo paese noi ne siamo la perfetta dimostrazione. Ieri la scrittrice indiana diceva: "Io certo mi lamento perché vedo la corruzione del paese dove vivo; vado in America e vedo un'amministrazione in mano del petrolio; vengo qui e vedo un paese avanzato, la culla della civiltà, dove di fatto c'è un presidente del consiglio che ha in mano quasi quattro dei cinque poteri e sta conquistando anche il quinto". Queste sono le cose con cui noi ci dobbiamo cimentare. E su questo io credo che abbiamo molto da imparare da tutti quelli che ogni giorno si battono, in India, in Ecuador, in Messico, in qualunque altra parte del mondo, con una certa creatività per le loro battaglie, perché anche qui dobbiamo uscire dagli schemi.
Sicuramente credo che il conflitto sia importante, questo non lo nega nessuno. E guai se non ci fosse il conflitto, credo che il tormento sia anche un modo di stare al mondo e anche un modo salutare di stare al mondo, penso che voglia essere la cifra della nostra esistenza. Quello su cui tenderei a non accontentarmi è che basta il tormento, che il tormento di per sé mi fa stare tranquilla: siccome sono tormentato, dunque mi pongo i problemi, dunque vedo la complessità dell'esistenza… Io credo che nella nostra vita quotidiana ci devono essere dei modi per far sì che questo tormento diventi anche una pratica diversa. Uno ci prova. Io per esempio trovo che i figli siano una sfida enorme, da questo punto di vista, trovo che siano 'la' grande sfida, un po' in quest'ottica della Potente del lusso del futuro, che mi piace molto, mi sembra molto pertinente, e un po' perché i loro parametri sono assolutamente diversi. Noi li abbiamo rimossi, li abbiamo dimenticati, quindi ci prendono di sorpresa ogni volta. E questo loro prenderci di sorpresa fa sì che i nostri sforzi debbano essere molto più attenti, che ci sia quell'elemento di sorveglianza, di guardare dalle diverse prospettive, di avere occhiali sempre mutevoli.
Io credo che appunto i figli, quello che si passa ai figli, quello che si vuole seminare insieme a loro - non in un passaggio genitore-figlio, ma come nucleo familiare - sia una strepitosa sfida. Una piccola vittoria? Per esempio il fatto che mentre si lavano i denti non tengono l'acqua aperta. Il fatto che ormai abbiano deciso che Mc Donald fa assolutamente schifo, che non ha senso; che si pongano il problema e dicano agli altri bambini: "Ma perché tu vai da Mc Donald? Tu non hai idea di cosa fa Mc Donald", per il semplice motivo che abbattono le foreste per metterci le mucche. Poi il fatto che mio figlio (e lo dico con un certo orgoglio di madre) abbia deciso di scrivere a Bush, all'inizio di quest'anno e sia rimasto molto deluso per il fatto che Bush non gli ha risposto.
Secondo me sono piccoli segnali importanti, sui quali c'è semplicemente il conversare quotidiano, c'è il fatto di capire perché si sta in un posto dalla mattina alla sera piuttosto che in un altro. Credo che per i miei figli (ma per molti di voi sicuramente) il fatto di essere bianco, di essere africano, è assolutamente indifferente, perché si va avanti vedendoli tutti insieme, vedendoli che si sta vicini, vedendoli che ci si rapporta tra persone, non tra razze.
Però poi questo si scontra con tutta una dimensione scolastica. Non so se avete la percezione che oggi i bambini dall'asilo hanno un loro curriculum, quindi vengono depistati da quando sono all'asilo fino a quando andranno all'università. Questo ce lo diceva l'altro giorno un nostro amico alla presentazione dell'agenda. Andando a vedere, si scopre che è veramente incredibile; e poi vivendola, come ci è successo ieri sera, in riunioni di scuola: si parla continuamente di questi curricula personali, laddove quello che emerge è l'individuo in contrapposizione ad un concetto di socialità di classe. Quindi si istiga alla competizione già da piccoli.
Queste sono le sfide con cui ci dobbiamo imbarcare: piccolissime ma enormi, perché fa la differenza se a scuola si insegna l'educazione stradale e scompare completamente l'educazione alla pace, l'intercultura; nel momento in cui nella classe ci sono 3-4 persone di provenienze diverse, è lì che ci dobbiamo cimentare ed è lì che anche si tratta di 'essere con'. Con l'africano lo si può fare semplicemente lavorando sulla classe prima elementare di tuo figlio.
Perché poi alla fine, ieri lo si diceva, le dighe del Narmada sono una faccia della medaglia. L'altra faccia della medaglia è il fatto che i primi costruttori di dighe al mondo sono gli italiani, con la FIAT; il fatto che in questo momento la FIAT Impresit si imbarca in imprese gigantesche tra le quali una in Kurdistan, insistendo in un progetto che la Banca Mondiale ha abbandonato nell'84 - un progetto tra l'altro finanziato da noi, perché tutto il rischio imprenditoriale è finanziato da noi cittadini che paghiamo le tasse, attraverso il Ministero del Tesoro e la SACE; il fatto che la FIAT riponga là i grandi investimenti e consideri a un certo punto irrilevante o forse secondario l'idea di un esubero di 8000 famiglie, ecco, tutti questi fatti sono l'altra faccia della stessa medaglia.
Quindi è importante la consapevolezza che un mondo diverso deve essere possibile, è possibile, ed è una necessità per tutti. Nello stesso momento in cui non sono mai solo, c'è un conforto universale. Questa è una consapevolezza di cui si parla da tanto, ma adesso la si tocca veramente con mano, è diventata decisamente più tangibile negli ultimi anni.
Parlando di salute, è chiaro che nel momento in cui comincio ad erodere pesantemente il diritto alla salute per gli africani del Centro Africa, che non contano niente, da un punto di vista di economia, io instauro una prassi che toccherà, che sta toccando, le fasce più deboli e meno interessanti dal punto di vista economico anche nel nostro paese. Quindi con questo dobbiamo fare i conti.
Sono d'accordo che dobbiamo fare una lotta furiosa, nel senso di creativa: la nostra furia si deve scatenare nella creatività.

(1) vedi Buone Notizie 2/2002 (Giorgio Piacentini, La religiosità della vita: Antonietta Potente)


ANTONIETTA POTENTE
LA RELIGIOSITA' DELLA VITA

Una proposta alternativa per abitare la storia

La teologa domenicana Antonietta Potente, nata nel 1954 in Liguria e che dal 1994 lavora in Bolivia, in questo libro capovolge il concetto "gerarchico" di vita religiosa, in quello "circolare" di religiosità della vita, che propone a tutti un modo di vivere alternativo nella realtà quotidiana. In questa prospettiva vengono riletti i "voti", che non sono fini, ma mezzi per vivere nella storia relazioni nuove e nonviolente, viene ripensato il tempo, prezioso per capire come vivere oggi e vengono individuate le domande etiche importanti che segnano la nostra vita, sia individuale che comunitaria.
Potente ci invita a riscoprire che Dio "venne ad abitare in mezzo a noi" e quindi abita la storia come "casa", riscattando la dignità dell'umanità e della creazione. Il sogno di Dio è la circolarità, quella stessa di Gesù che siede coi discepoli e compie gesti amorevoli di familiarità e di convivialità.

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