Ed eccoci qua, in una fredda e ampia palestra di una fredda mattina del
23 febbraio, rifugiati in un angolo come pecore all'ombra di un albero,
impegnati a sbirciare, con malcelata inquietudine, quell'ometto dagli
occhi azzurro immenso che, nel lato opposto, fa strani esercizi, in attesa
che il seminario abbia inizio. Non sono nello stato d'animo per apprezzarne
la leggerezza, l'armonia, il mio unico pensiero è: sarei in grado
di rifare quegli esercizi? Non sono troppo difficili? Certo, in confronto
alle tanto paventate capriole
, tanto paventate che ho di proposito
indossato la gonna, tanto per avere una scusa pudica, eventualmente, per
evitarle.
Arrivare fin qui è stato per me, più che una semplice curiosità,
una sfida alla pesantezza della mia vita abituale, un desiderio di introdurvi
il movimento, e possibilmente la leggerezza. Ma, ora che ci sono, mi sembra
che il coraggio che ha dato l'impulso iniziale alla mia scelta stia prepotentemente
cedendo il passo al dubbio, all'imbarazzo, al senso del ridicolo, e vorrei
tanto trovarmi altrove. Sempre in attesa del fatidico inizio, scambio
con gli altri lo stesso sguardo interrogativo - che ci facciamo qui? -
e gli stessi timori e questo mi consola.
L'inizio è quasi una liberazione. In retrospettiva, mi sembra il
momento più comico dell'intero seminario, di una comicità
involontaria, che mi porta a ridere da sola per strada, in metrò,
dovunque io mi trovi, al solo ricordo.
Moshe ci chiede di sederci in cerchio. Meno male, niente di così
difficile. Alcuni di noi hanno esperienza di questa modalità, basilare
negli incontri tra i partecipanti alla Peacemaker Community o a un'esperienza
di council. Ci si siede in cerchio e si osservano i tre principi: ascolto
profondo, portare testimonianza, azione amorevole.
Sediamo composti, seri, silenziosi e rigidi, più del solito e decisamente
più del necessario. "Osserviamo": Moshe, con parrucca
(cranio pelato e bizzarra coroncina di capelli a contorno), naso rosso,
nel cerchio anche lui, da avvio a un numero di abilità con palline
colorate ed altri ingredienti tipici del mondo del clown, passando velocemente
da un'ostentata goffaggine a un'aerea precisione. Noi, composti silenziosi
e rigidi, osserviamo. Un pensiero mi occupa la mente: Non riuscirò
mai a fare tutto questo! Ad un tratto Moshe ci guarda e, mimando un "crescendo"
con la mano, tuona una risata da orco delle favole. Ci invita a ridere!
Dunque è uno spettacolo! Dunque pur sedendo in cerchio, si può
ridere, portare testimonianza al buffo, al grottesco, semplicemente ridendo,
proprio come al circo!
Altro che ascolto profondo dell'altro, stavo semplicemente ascoltando,
o meglio identificandomi con i miei pensieri e i miei timori!
Il contrasto tra la morbidezza, la leggerezza di Moshe, la sua autentica
capacità di ascolto, di mettersi in relazione mediante un semplice
gesto e l'uso puramente gutturale della voce, e la nostra ingessata rigidità
rimane forse il momento più comico e l'insegnamento più
illuminante dell'intero seminario. Siamo scoppiati in una fragorosa autentica
risata, non per le prodezze da giocoliere di quello che improvvisamente
era diventato per noi Mr. YooWho, quanto perché eravamo finalmente
entrati in contatto, grazie a lui - la sua risata una campana di consapevolezza
- con le nostre insicurezze e le avevamo trovate comiche. Per un attimo,
da un reale ascolto profondo, smettendo di prendere sul serio i nostri
pensieri giudicanti, eravamo arrivati all'azione amorevole nei nostri
confronti, alla compassione, ridendo di noi, delle nostre paure, del nostro
essere umani. E ridendo subito dopo di Mr. YooWho, quando ha perso la
parrucca, scoprendo così un autentico, identico cranio pelato e
una bizzarra coroncina di capelli.
Da quel momento l'energia del gruppo è andata sempre più
nella direzione di un lasciarsi andare e di un lasciar andare, di passare,
come i clown acrobati al circo, "attraverso" il cerchio, a scavalcare
la barriera che separa il conosciuto - o creduto tale - dal non conosciuto,
la coerenza dell'ordine dal vuoto, ciò che condiziona da ciò
che rende liberi.
E tutto questo, semplicemente giocando. Partendo da semplici esercizi:
niente capriole, niente palline, niente trucco. Solo il nostro corpo,
goffo impacciato umano vivo, a rappresentare una gamma di emozioni che
appartengono a tutti e quindi a nessuno in particolare.
Si prova a fare il vuoto dentro di noi iniziando con una camminata neutra,
il più possibile priva di cadenza, gestualità o altre connotazioni
individuali. Lo sguardo, sempre fondamentale nel gioco del clown, vuoto
di espressione, fissa un punto lontano, sulla parete di fronte. E così
svuotati siamo pronti a diventare contenitori. Un filo immaginario comincia
a tirarci in avanti dalla fronte, poi dal petto, poi ancora dalla pancia.
Continuiamo a camminare, e "guardiamo cosa succede", come YooWho
ci suggerisce. E succede che ogni singola postura, sorta dal nulla che
avevamo precedentemente creato, ogni innaturale sbilanciamento in avanti,
ci provoca sensazioni, fantasie, emozioni per ognuno diverse, come diversi
sono i nostri corpi, a cui la nostra mente associa qualità, caratteri,
personaggi. Sono esterrefatta: viene fuori da me questo sciocco ottuso
che aguzza la vista, collo allungato e braccia cadenti, accelerando il
passo nel tentativo inutile di arrivare a vedere, a capire? E quest'essere
supponente e tronfio che ballonzola gonfiando il torace, pieno d'aria
e vuoto di umiltà?
E addirittura questa smorfiosetta seduttiva e falsamente timida, che guarda
da sotto in su ammiccando? Ma le sorprese non sono finite. Fin qui, si
è giocato individualmente, ora si comincia a giocare in gruppo.
Il che vuol dire che si comincia a ridere e non si smette più.
Alcuni di noi, a distanza di tempo, quando si ritrovano insieme in situazioni
ben diverse, ricominciano a ridere solo al ricordo, alla sovrapposizione
che si crea di ciò che siamo riusciti a essere su ciò che
(apparentemente, ora lo sappiamo) siamo.
Anche per il lavoro di gruppo, tecniche e regole minime e poi "stiamo
a guardare cosa succede": essere aperti al gioco (non giudicando
né la nostra né l'altrui spontaneità), saper ascoltare
e onorare la relazione (sia con l'altra persona, lasciandole spazio e
facendosi in caso condurre dal suo gioco, che con il pubblico, a cui in
un certo senso si fa da specchio, esasperando ad esempio o soffermandoci
su gag e situazioni che dovessero suscitare il riso).
Sulla base delle tre tipologie, tre maschere fisse di clown (il Bianco,
il Rosso e lo Sciocco) veniamo invitati a improvvisare, prima a due, poi
in gruppi di tre. Il che vuol dire, a calarci per gioco in una situazione
di vita che nasca spontaneamente dalla relazione e permettere alla nostra
umanità di esprimersi, creando la scena momento dopo momento, e
favorendo così la comunicazione e il passaggio di emozioni. A volte,
quando c'è un buon affiatamento, viene fuori una storia.
Il Bianco ostenta con eccessivo moralismo e rigore la conoscenza, l'eleganza,
la bellezza, l'autorità; può diventare la Mamma, il Papà,
il Maestro, il Capufficio, l'Artista e via dicendo. A questa aura di perfezione
e di irraggiungibilità il Rosso si ribella: seguendo passo dopo
passo il Bianco lo ridicolizza. Può essere sempliciotto o malizioso,
ma introduce comunque nell'ordine prospettato dal Bianco l'elemento del
dubbio, e quindi del disordine (l'Ordine del Dis-ordine, appunto, di cui
YooWho fa parte). Il disordine che consente di liberarsi della pesante
serietà delle certezze, di creare un vuoto pronto finalmente ad
accogliere la realtà così com'è.
Rinuncio, e non solo per consapevoli limiti lessicali, alla descrizione
della pirotecnica gamma di situazioni, emozioni, stati d'animo susseguitisi
nel nostro gioco; né sarebbe possibile comunicare il senso di libertà,
la qualità dell'energia che nei due giorni di seminario ci ha sorretto,
la meraviglia nello scoprirci tutti naturalmente comici, ognuno di una
sua propria comicità, spudoratamente autoironici, solidarmente
complici.
Nessuno spazio all'io-mio, non c'era tempo per soffermarsi, per attaccarsi
a un'emozione, un sentimento, meno che mai a un pensiero. Chi è
autoritario? Chi è stupido? Chi è ridicolo? Chi è
arrogante? Chi è imbroglione? Chi gioca?
No, non è veramente possibile comunicare il senso profondo di tutto
questo. Perché, come per qualsiasi pratica che voglia essere un
viaggio alla scoperta di sé, l'unico modo è mettersi in
viaggio.
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