Il clown, ovvero la leggerezza del non-essere

di Angela Carusone


Il clown è una necessità per il nostro tempo,
è una parte della nostra libertà

Jacques Lecoq

Vivere è il carnevale dell'essere
Alfred Jarry


Ed eccoci qua, in una fredda e ampia palestra di una fredda mattina del 23 febbraio, rifugiati in un angolo come pecore all'ombra di un albero, impegnati a sbirciare, con malcelata inquietudine, quell'ometto dagli occhi azzurro immenso che, nel lato opposto, fa strani esercizi, in attesa che il seminario abbia inizio. Non sono nello stato d'animo per apprezzarne la leggerezza, l'armonia, il mio unico pensiero è: sarei in grado di rifare quegli esercizi? Non sono troppo difficili? Certo, in confronto alle tanto paventate capriole…, tanto paventate che ho di proposito indossato la gonna, tanto per avere una scusa pudica, eventualmente, per evitarle.
Arrivare fin qui è stato per me, più che una semplice curiosità, una sfida alla pesantezza della mia vita abituale, un desiderio di introdurvi il movimento, e possibilmente la leggerezza. Ma, ora che ci sono, mi sembra che il coraggio che ha dato l'impulso iniziale alla mia scelta stia prepotentemente cedendo il passo al dubbio, all'imbarazzo, al senso del ridicolo, e vorrei tanto trovarmi altrove. Sempre in attesa del fatidico inizio, scambio con gli altri lo stesso sguardo interrogativo - che ci facciamo qui? - e gli stessi timori e questo mi consola.
L'inizio è quasi una liberazione. In retrospettiva, mi sembra il momento più comico dell'intero seminario, di una comicità involontaria, che mi porta a ridere da sola per strada, in metrò, dovunque io mi trovi, al solo ricordo.
Moshe ci chiede di sederci in cerchio. Meno male, niente di così difficile. Alcuni di noi hanno esperienza di questa modalità, basilare negli incontri tra i partecipanti alla Peacemaker Community o a un'esperienza di council. Ci si siede in cerchio e si osservano i tre principi: ascolto profondo, portare testimonianza, azione amorevole.
Sediamo composti, seri, silenziosi e rigidi, più del solito e decisamente più del necessario. "Osserviamo": Moshe, con parrucca (cranio pelato e bizzarra coroncina di capelli a contorno), naso rosso, nel cerchio anche lui, da avvio a un numero di abilità con palline colorate ed altri ingredienti tipici del mondo del clown, passando velocemente da un'ostentata goffaggine a un'aerea precisione. Noi, composti silenziosi e rigidi, osserviamo. Un pensiero mi occupa la mente: Non riuscirò mai a fare tutto questo! Ad un tratto Moshe ci guarda e, mimando un "crescendo" con la mano, tuona una risata da orco delle favole. Ci invita a ridere! Dunque è uno spettacolo! Dunque pur sedendo in cerchio, si può ridere, portare testimonianza al buffo, al grottesco, semplicemente ridendo, proprio come al circo!
Altro che ascolto profondo dell'altro, stavo semplicemente ascoltando, o meglio identificandomi con i miei pensieri e i miei timori!
Il contrasto tra la morbidezza, la leggerezza di Moshe, la sua autentica capacità di ascolto, di mettersi in relazione mediante un semplice gesto e l'uso puramente gutturale della voce, e la nostra ingessata rigidità rimane forse il momento più comico e l'insegnamento più illuminante dell'intero seminario. Siamo scoppiati in una fragorosa autentica risata, non per le prodezze da giocoliere di quello che improvvisamente era diventato per noi Mr. YooWho, quanto perché eravamo finalmente entrati in contatto, grazie a lui - la sua risata una campana di consapevolezza - con le nostre insicurezze e le avevamo trovate comiche. Per un attimo, da un reale ascolto profondo, smettendo di prendere sul serio i nostri pensieri giudicanti, eravamo arrivati all'azione amorevole nei nostri confronti, alla compassione, ridendo di noi, delle nostre paure, del nostro essere umani. E ridendo subito dopo di Mr. YooWho, quando ha perso la parrucca, scoprendo così un autentico, identico cranio pelato e una bizzarra coroncina di capelli.
Da quel momento l'energia del gruppo è andata sempre più nella direzione di un lasciarsi andare e di un lasciar andare, di passare, come i clown acrobati al circo, "attraverso" il cerchio, a scavalcare la barriera che separa il conosciuto - o creduto tale - dal non conosciuto, la coerenza dell'ordine dal vuoto, ciò che condiziona da ciò che rende liberi.
E tutto questo, semplicemente giocando. Partendo da semplici esercizi: niente capriole, niente palline, niente trucco. Solo il nostro corpo, goffo impacciato umano vivo, a rappresentare una gamma di emozioni che appartengono a tutti e quindi a nessuno in particolare.
Si prova a fare il vuoto dentro di noi iniziando con una camminata neutra, il più possibile priva di cadenza, gestualità o altre connotazioni individuali. Lo sguardo, sempre fondamentale nel gioco del clown, vuoto di espressione, fissa un punto lontano, sulla parete di fronte. E così svuotati siamo pronti a diventare contenitori. Un filo immaginario comincia a tirarci in avanti dalla fronte, poi dal petto, poi ancora dalla pancia. Continuiamo a camminare, e "guardiamo cosa succede", come YooWho ci suggerisce. E succede che ogni singola postura, sorta dal nulla che avevamo precedentemente creato, ogni innaturale sbilanciamento in avanti, ci provoca sensazioni, fantasie, emozioni per ognuno diverse, come diversi sono i nostri corpi, a cui la nostra mente associa qualità, caratteri, personaggi. Sono esterrefatta: viene fuori da me questo sciocco ottuso che aguzza la vista, collo allungato e braccia cadenti, accelerando il passo nel tentativo inutile di arrivare a vedere, a capire? E quest'essere supponente e tronfio che ballonzola gonfiando il torace, pieno d'aria e vuoto di umiltà?
E addirittura questa smorfiosetta seduttiva e falsamente timida, che guarda da sotto in su ammiccando? Ma le sorprese non sono finite. Fin qui, si è giocato individualmente, ora si comincia a giocare in gruppo. Il che vuol dire che si comincia a ridere e non si smette più. Alcuni di noi, a distanza di tempo, quando si ritrovano insieme in situazioni ben diverse, ricominciano a ridere solo al ricordo, alla sovrapposizione che si crea di ciò che siamo riusciti a essere su ciò che (apparentemente, ora lo sappiamo) siamo.
Anche per il lavoro di gruppo, tecniche e regole minime e poi "stiamo a guardare cosa succede": essere aperti al gioco (non giudicando né la nostra né l'altrui spontaneità), saper ascoltare e onorare la relazione (sia con l'altra persona, lasciandole spazio e facendosi in caso condurre dal suo gioco, che con il pubblico, a cui in un certo senso si fa da specchio, esasperando ad esempio o soffermandoci su gag e situazioni che dovessero suscitare il riso).
Sulla base delle tre tipologie, tre maschere fisse di clown (il Bianco, il Rosso e lo Sciocco) veniamo invitati a improvvisare, prima a due, poi in gruppi di tre. Il che vuol dire, a calarci per gioco in una situazione di vita che nasca spontaneamente dalla relazione e permettere alla nostra umanità di esprimersi, creando la scena momento dopo momento, e favorendo così la comunicazione e il passaggio di emozioni. A volte, quando c'è un buon affiatamento, viene fuori una storia.
Il Bianco ostenta con eccessivo moralismo e rigore la conoscenza, l'eleganza, la bellezza, l'autorità; può diventare la Mamma, il Papà, il Maestro, il Capufficio, l'Artista e via dicendo. A questa aura di perfezione e di irraggiungibilità il Rosso si ribella: seguendo passo dopo passo il Bianco lo ridicolizza. Può essere sempliciotto o malizioso, ma introduce comunque nell'ordine prospettato dal Bianco l'elemento del dubbio, e quindi del disordine (l'Ordine del Dis-ordine, appunto, di cui YooWho fa parte). Il disordine che consente di liberarsi della pesante serietà delle certezze, di creare un vuoto pronto finalmente ad accogliere la realtà così com'è.
Rinuncio, e non solo per consapevoli limiti lessicali, alla descrizione della pirotecnica gamma di situazioni, emozioni, stati d'animo susseguitisi nel nostro gioco; né sarebbe possibile comunicare il senso di libertà, la qualità dell'energia che nei due giorni di seminario ci ha sorretto, la meraviglia nello scoprirci tutti naturalmente comici, ognuno di una sua propria comicità, spudoratamente autoironici, solidarmente complici.
Nessuno spazio all'io-mio, non c'era tempo per soffermarsi, per attaccarsi a un'emozione, un sentimento, meno che mai a un pensiero. Chi è autoritario? Chi è stupido? Chi è ridicolo? Chi è arrogante? Chi è imbroglione? Chi gioca?
No, non è veramente possibile comunicare il senso profondo di tutto questo. Perché, come per qualsiasi pratica che voglia essere un viaggio alla scoperta di sé, l'unico modo è mettersi in viaggio.


 

 

Moshe Cohen
(nome d'arte: Mr. YooWho)
conduce seminari di clown per professionisti ed anche per chi cerca di esplorare ed esprimere la propria capacità umoristica. Il suo lavoro è indirizzato alla scoperta dell'aspetto umano del clown. Ha insegnato in molte scuole circensi in Europa, tra cui la TUT Clown School in Germania e l'Omega Institute in America.
Da solista ha rappresentato il suo spettacolo "YooWho" nelle più diverse occasioni: dalle Olimpiadi di Barcellona ai campi profughi in Croazia.