Cinque pratiche

di Caltriona Reed

La nonviolenza prende la sua forza
non dal sentirsi nel giusto, ma dall'amore.
È spavalda e tenera, determinata e limpida, anche se
non necessariamente sicura del risultato.



La pratica è sia azione sia pensiero; è anche intenzione e aspirazione, immagine e parola. Riguarda l'intera sfera della vita e dell'esperienza. La chiamiamo "pratica" forse perché tutti gli aspetti della nostra vita sono in continuo mutamento e, all'interno di questo cambiamento, noi stessi possiamo cambiare, per diventare ciò che non abbiamo nemmeno mai immaginato di poter diventare e fare quel che non abbiamo mai immaginato che avremmo fatto.
Stare di fronte ai carri armati o faccia a faccia con le armi della polizia o dell'esercito, nella West Bank, in Bosnia, in piazza Tiananmen, a Manila, a Mosca, in Kurdistan o nel Nord America non è passività. Opporsi alla guerra non significa solo astenersi da azioni violente. È una resistenza attiva, una determinazione a impedire agli altri di partecipare ad azioni violente o di perpetuare un sistema violento. La nonviolenza prende la sua forza non dal sentirsi nel giusto ma dall'amore. È un'espressione della fondamentale comprensione che siamo connessi l'uno all'altro e che le nostre azioni influenzano ognuno di noi. Come l'immagine, apparsa alcuni anni fa, su striscioni e magliette di un bambino che abbraccia il mondo e proclama. "No, col mio pianeta no", la nonviolenza è spavalda e tenera, determinata e limpida, anche se non necessariamente sicura del risultato.
Voglio presentarvi cinque pratiche tra loro interconnesse che sostengono questa determinazione. Mi sono arrivate per caso, conversando con una studentessa che era in partenza.
Al suo ritorno, mi ringraziò per le "cinque pratiche" che le avevo dato. Le avevo dimenticate come insieme coerente, è dunque solo grazie a lei che posso ora presentarle in questa forma.

Onora gli antenati
Usiamo una serie di versi per la meditazione camminata al Manzanita Village. I versi sono ripetuti in silenzio uno per ogni passo:

Cammino nelle orme dei miei antenati
I miei antenati camminano nelle mie orme
Cammino nelle orme di tutti gli esseri viventi
Tutti gli esseri viventi camminano nelle mie orme
Cammino nelle orme delle future generazioni
Le future generazioni camminano nelle mie orme

Non ho mai imparato a onorare i miei antenati dagli insegnanti buddhisti occidentali, è stato solo dopo l'incontro con insegnanti asiatici e più tardi attraverso amici non-buddhisti e insegnanti negli Stati Uniti, per lo più afroamericani e nativi americani, che ho imparato a riconoscere la presenza degli antenati.
Non riesco più a separarmi da coloro che mi hanno preceduto: i miei antenati di sangue, i miei antenati spirituali e culturali, come quelli geografici, la cui presenza mi sembra ora palpabile nel paese in cui vivo.
Allo stesso tempo, non posso dimenticare la silenziosa presenza delle generazioni che devono ancora nascere.
Ricordare la presenza degli antenati nel mio cuore, e come componente vitale degli innumerevoli trilioni di cellule nel mio corpo, mi aiuta a mantenere sia il senso della prospettiva che quello della responsabilità. Non sono sola. Sono connessa alle fonti di saggezza e di energia al di là di qualsiasi cosa io possa rivendicare come mia. Porto un'antica fiamma, la vita stessa, che brilla in me dal primo momento della mia vita finché passerà alle future generazioni.
Il mondo ci invita all'attenzione attraverso i sensi, come pure attraverso il cuore e l'immaginazione.
Pensa agli occhi, alle orecchie, al cuore e all'immaginazione come se ti fossero stati dati in prestito. Insieme a quel prestito c'è la promessa di un accesso illimitato, di una comunità illimitata. Il mondo è tuo, non separato dal corpo o dal cuore.
Attraverso di te, il mondo vede se stesso in modo nuovo, come gli amanti che si riconoscono per la prima volta, sempre di nuovo, per eoni. Le generazioni che seguiranno, come pure tutti gli esseri viventi, certamente beneficeranno della tenerezza di quella storia d'amore.
Crea un altare per i tuoi antenati, nella tua stanza, chiunque immagini che siano. Includi i tuoi insegnanti e guide, come pure i poeti, i peacemaker, chiunque abbia toccato la tua vita. Puoi cominciare la meditazione, o la pratica yoga, una gita, un pranzo o un incontro, con un'invocazione per riconoscere la presenza dei tuoi antenati in quel che fai.

Tieniti informato su quanto accade
Uno dei nostri doveri come esseri umani, e come membri della società, è di tenerci informati. Ma farlo crea spesso confusione e sofferenza. Abbiamo accesso a così tante informazioni, a discutibili statistiche, a notizie sensazionali, e agli sfoghi di gruppi di particolare interesse. Se cerchiamo di restare in contatto con tutto quel che succede nel mondo vacilleremo per la violenza, il dolore e un personale senso di inadeguatezza.
È impossibile far entrare tutte le informazioni ed è spesso difficile dare un senso a tutto quel che ingeriamo.
Per proteggerci dal venir sommersi, inconsciamente spesso inquadriamo le cose in formulazioni prefabbricate basate sulle nostre inclinazioni o sulla cultura, buddhista o cristiana, marxista o ambientalista, attivista o contemplativa, da investitore di borsa o da lavoratore precario, bianca, nera o marrone, che rinforza quelle formulazioni e ci protegge da una nuova esperienza e dalla comprensione.
Come rimedio, informati attraverso più fonti, esplora situazioni insolite, rischia, e ascolta quel che hanno da dire individui e comunità diverse da quelle che ti sono familiari. Cerca nuovi punti di vista. E cosa più importante, per evitare di logorarti e per mantenere la chiarezza prenditi delle vacanze dall'informazione per un'ora o per un mese. Spegni televisione e radio. Non per fare come l'ostrica che nasconde la testa nella sabbia, ma per ampliare e approfondire il contesto in cui ti situi. Medita. Vai in vacanza. Studia storia, ornitologia, l'arte del burattinaio, o qualcos'altro che prima non hai mai preso in considerazione.

Fidati della tua vulnerabilità
Due anni fa, ho incontrato una persona con cui ho provato una connessione profonda come non avevo mai provato prima. Entrambi eravamo già impegnati in relazioni importanti e di lunga data con partner che non volevamo tradire. Nello stesso tempo, nessuna di noi due era pronta ad abbandonare la connessione con l'altra. La mia amica disse: "Fìdati di questo, abbi fiducia." Continuiamo ad aver fiducia in un'amicizia che, nella sua intensità, è diversa da qualsiasi amicizia abbiamo entrambe conosciuto prima. Da allora, ho ripetuto la frase: "Fìdati di questo" agli altri, invitandoli ad aver fiducia in qualsiasi cosa sia incerto nella loro vita. Talvolta, le cose che sembrano avere pochissimo senso sono le cose in cui dobbiamo imparare ad avere più fiducia. Possiamo imparare ad aver fiducia e a vivere non solo con l'amore inaspettato e sorprendente, ma anche con la paura? Possiamo vivere lietamente con il dolore, la rabbia e l'incertezza della vita? Possiamo imparare ad averne veramente fiducia? Possiamo vivere con integrità, senza sotterrare le cose che ci sfidano, che ci deludono e ci confondono? Alice Walker dice: "Il dolore è oro", come la rabbia, la vergogna, la paura e la solitudine. I nostri nemici sono i nostri migliori maestri. Evitarli, essere solo concilianti è pericoloso tanto quanto qualsiasi cosa questi cosiddetti, da noi così percepiti, nemici possa mai far sorgere.
La rabbia, seppellita o resa nota, non è l'unica sorgente di violenza. Se restano nascoste, la paura, la vergogna e la cecità, cecità verso ciò che siamo, verso ciò che l'altro è, verso la nostra connessione, esplode nella violenza.
Facevo un tempo parte di una comunità che, alla superficie, sembrava sostenere la consapevolezza e la costruzione della pace, ma dove la paura non esaminata impediva una comunicazione aperta.
Vedevo le persone perdere la loro spontaneità e integrità in nome del progresso spirituale. Come donna, omosessuale, transessuale, sono consapevole di quanto possa essere soffocante ogni sorta di segretezza e di quanto si possa imparare nel processo del dichiararsi uscendo dalla vergogna, la paura, la segretezza e la confusione.
Se non possiamo appropriarci delle nostre ombre, falliamo nel vedere l'altro dentro di noi. Le ombre sono vibranti riflessi di noi stessi. Se li reifichiamo, si trasformano in mostri, che immaginiamo di dover distruggere prima che distruggano noi. Non riusciamo a vedere che l'altro sconosciuto è sempre una parte essenziale di noi.
Quando ci giriamo dall'altra parte rispetto alle difficoltà che ci si presentano, ci stiamo facendo violenza. Quando siamo pazienti e ci fidiamo delle dinamiche del nostro cuore, torniamo interi. "Fiducia" non significa rassegnazione o fatalismo. Se continuiamo a prestare attenzione, possiamo celebrare sia l'incertezza che la saggezza che sta per rivelarsi. Ricordiamoci dell'insegnamento di Cervantes che "Il tempo fa maturare ogni cosa."

Lavora ogni giorno
Ho un' amica che fa la fotografa. Una volta, celebrò da sola su una spiaggia vuota una cerimonia in cui consacrò se stessa al suo lavoro di artista, alla sua macchina fotografica, alla sua sensibilità visiva. Si "sposò" con la sua fotografia. Non fa fotografie tutti i giorni. Ci sono giorni in cui è occupata con altre cose. Ma ogni giorno ricorda chi lei è e qual è il suo lavoro. Ogni giorno la sua arte viene incoraggiata dal rammentarsene. Quel che fa non è semplicemente il suo impiego, è un'identità e un'intenzione con cui lei si dà una direzione, evolve e impara, sia come artista che come persona.
Il nostro lavoro è ciò che amiamo. Se ci guadagniamo il pane facendo cose che non ci piacciono, possiamo considerare come il nostro "vero" lavoro qualcos'altro. In questo senso, la meditazione è lavoro, respirare è lavoro, amare è lavoro.
Essere creativi in qualunque possibile occasione è lavoro. Non è detto che il nostro lavoro sia il nostro impiego. Valutate qual è il vostro vero lavoro e poi fatelo ogni giorno.
Questo lavoro, non importa quale forma esterna assuma, è già un modo per costruire la pace. Attraverso tale lavoro, si sviluppa una consapevolezza naturale, non solo del compito contingente, ma anche del contesto più ampio, che include la costruzione di ponti, il ricordo di chi sei, il ricordarsi che hai il potere di rendere le cose diverse.
Puoi pensare che non stai lavorando direttamente sui temi della pace e della giustizia, ma scoprirai che lo stai facendo, perché non stai più lavorando per l'ambizione o la sicurezza. Se il tuo lavoro è direttamente connesso con i temi della costruzione di pace e della giustizia sociale, allora l'impegno interiore nel mantenere una chiara intenzione diventa la cosa in assoluto più importante per aiutarti a restare radicato.
Il lavoro è azione. È anche riposare, aspettare, imparare e ricordare. Essere pazienti fa parte del lavoro; come pure il balzare dentro alle situazioni, il rischiare, il non essere all'altezza, lo sbagliare, il rimediare, il fare rumore quando ci si aspetta da te il silenzio, il rimanere in silenzio quando ci si aspetta che tu parli. Dopo tutto, il lavoro è essere consapevoli, svegli, mantenere l'intenzione che la nostra fondamentale integrità informi le nostre azioni.

Chiedi quel che vuoi
Chiedere quel che vuoi vuol dire sapere quel che vuoi. Significa anche sapere quel che non vuoi. Si tratta di essere chiari. È sapere quel che gli altri possono volere o non volere, e anche quel che è possibile offrirgli. È generosità. È conoscere il contesto. Non è credere che gli altri possano leggerti nel pensiero, che è una sorta di autismo, di non connessione. Il governo non può leggerti nel pensiero, né può parlare al tuo posto. Lo stesso vale per le società, gli amici, i colleghi, gli amanti e gli antagonisti. Chiedere quel che vuoi è essere chiari sulle proprie intenzioni. È rischiare la delusione, essere vulnerabili, essere capaci di riorganizzare e di risolvere problemi. È rischiare l'accusa di incoerenza, perché bisogni e percezioni cambiano in continuazione. Significa anche sapere quando chiedere, a chi chiedere, come chiedere. È crescere; non sei più un bebé che sa solo piangere per esprimere i suoi bisogni. Significa toccare l'energia erotica del desiderio, del tuo sovversivo corpo vivo. È entrare in contatto con il potere di minare la natura del puro intelletto, i sistemi gerarchici che tiranneggiano il pensiero e la società.
Se vuoi la pace mondiale, la giustizia economica, un modo onesto di governare, e un pianeta verde, allora devi chiederli. Devi lavorare ogni giorno per questo scopo. Altrimenti nessuno si accorge che presti attenzione a quel che ti accade intorno.

da Turning Wheel, primavera 2003
Traduzione di Chandra Candiani

Tratto da un articolo più lungo sulla nonviolenza e la giustizia sociale pubblicato in Paths of Learning, luglio 2002.
www.PathsOfLearning.net